giovedì 23 aprile 2015

L'ultimo drago

Tempo fa, la Pagina Druidi e le creature del bosco mi ha inviato questa immagine, invitandomi a usarla come ispirazione per scrivere una fiaba.

Questo è proprio lo spirito con cui ho creato questo blog. L'idea di giocare con spunti lanciati o votati da tutti voi, che siano post sulla pagina Facebook, immagini o frasi.

Potevo non raccogliere la sfida?




L'ultimo drago

C’era una volta una Terra Felice abitata da draghi e magia, in cui innumerevoli accessi conducevano là dove i desideri si possono realizzare.

Le genti di quei luoghi utilizzavano gli accessi - sorvegliati da draghi - per andare a chiedere guarigione dalle malattie, poteri, amore, ricchezze.
I desideri umani trovavano in quei luoghi accoglienza e soddisfazione, per coloro che ne conoscevano l'esistenza e le regole. 

Le terre erano prospere, le ricchezze inesauribili, la gente felice. Era, quello, un equilibrio talmente perfetto che avrebbe potuto proseguire nei secoli, se solo…
Se solo non fosse arrivato un giorno uno straniero colpito dal male dell’avidità. Aveva bei modi, lo straniero, e abiti lucenti e una lingua suadente. E al posto del cuore un abisso di ingordigia che neppure tutte le magie del mondo avrebbero potuto colmare, dacché non gli bastava avere a disposizione ricchezze e poteri, salute e affetti. Per quel cuore malvagio, tutti questi beni erano inutili, se non si stagliavano sullo sfondo di altrui infelicità. Così lo straniero ammassò grandi ricchezze a grandi poteri, e in un notte senza luna attraversò di nascosto l’accesso e chiese… di divenirne il solo e unico essere umano a poter disporre di quel luogo. 
Il drago che era di guardia lanciò un lamento che risuonò per miglia e miglia, quando fu stretto dalle catene che lo imprigionavano per sempre alla volontà del malvagio. 
Nessuno capì il significato di quel lamento, ma fin troppo presto gli abitanti  di Terra Felice scoprirono che tutti gli accessi ai luoghi della realizzazione dei sogni erano stati distrutti e tutti i draghi guardiani uccisi. Tutti, tranne uno, di cui lo straniero si proclamava unico e solo padrone. 

Per la prima volta in secoli e secoli, a Terra Felice si provarono i morsi della fame, le miserie delle ristrettezze e si udirono gemiti sommessi del dolore e delle malattie. La solitudine iniziò a insinuarsi sotto gli usci e nei cuori; la diffidenza e la paura presero a strisciare accanto agli abitanti, che poco a poco iniziarono a partire in cerca di luoghi più fortunati e meno infelici.

L’ultimo drago non sapeva proprio che fare, per fermare quel disastro. Almeno fino a quando, guardando la luna, ricordò esattamente le parole usate dallo straniero per esprimere il suo desiderio. Aveva chiesto di essere l’unico “umano a poter usufruire di quei luoghi. Ma non aveva detto nulla dei draghi!

Ferendosi con le catene che lo stringevano, l’ultimo drago attraversò l’accesso e chiese. Chiese di cadere in un sonno profondo, di chiudere l’accesso fino a quando un uomo degno e capace di condividere non fosse tornato a svegliarlo. 
Detto questo tornò all’esterno, si acciambellò di fronte all’ingresso e cadde in un sonno profondo che dura ancor oggi. 
Sono passati tanti secoli, ormai, e il tempo ha corroso le antiche catene e i muschi hanno coperto il corpo del drago addormentato, che ora sembra di pietra. Ma se guardate bene l’immagine, riconoscerete la testa possente e il lungo corpo avvolto che sorvegliano ancora l’accesso al luogo in cui si realizzano i desideri, in attesa del Risveglio.

  



lunedì 20 aprile 2015

La borsa della fata

Il post di oggi è una fiaba  ispirata da una borsina prodotta da Il Filo Stregato.
Siamo in luna crescente, il momento ideale per richiamare fortuna e protezione. Vi auguro di cuore che la borsa della fata vi porti tutto ciò che desiderate e di cui avete bisogno.

La borsa della fata

Nottolino non era mai stato baciato dalla Fortuna. Né alto né basso, né ricco né povero, né bello né brutto, sembrava essere destinato a una di quelle vite che si consumano senza lasciare traccia come pozzanghere al sole.
Non c’era niente di particolare in quel giorno in cui si trovò a passeggiare nel bosco, se non una strana limpidezza dell’aria, una brillantezza di colori davvero insolita.
E mentre osservava queste cose con il naso in su, non si accorse di essere giunto in una radura e che almeno quattro paia di occhietti lo stavano osservando.
Trovandosi all’improvviso vicinissimo ai cinghiali che lo fissavano (per la verità perplessi quanto lui) Nottolino diede un balzo e si arrampicò velocissimo su di un albero un po’ troppo fragile per reggere il suo peso, rovinando subito dopo in una buca profonda quanto l’Inferno. 
Una volta abituati gli occhi all’oscurità, percepì una codina tremante e due grandi occhi fissi su di lui. 
“Chi sei?” chiese Nottolino. 
“Ti prego, non mangiarmi” disse la bestiola avvicinandosi, in modo che da farsi vedere. 
“No che non ti mangio,” rispose il ragazzo osservando quello strano essere. Aveva la coda vaporosa di uno scoiattolo, ma innestata su un corpicino striminzito e tremante, sormontato da una testa enorme quasi tutta occupata da due occhioni rotondi e sormontata da buffe orecchie triangolari.
“Aiutami a uscire di qui,” disse la bestiola. “E io aiuterò te.”
“Io posso aiutarti a uscire,” disse Nottolino. “Ma non vedo proprio come TU potresti aiutare me. Comunque, sali sulla mia spalla.”
Così, una volta presa in spalla la bestiola, il ragazzo iniziò ad arrampicarsi con le mani e con i piedi sulle pareti della fossa. 
Quando furono vicini all’uscita, però, una parete di roccia liscia come uno specchio gli impedì di proseguire. Tenendosi ad alcune radici, riuscì comunque a issarsi ancora un po’ e a lanciare la bestiolina sul bordo, dove si trasformò immediatamente in una bellissima fata.
“Ricorda! Hai promessi di aiutarmi!” le urlò Nottolino ancora dentro la buca. 
“Io non dimentico,” rispose la fata, ma immediatamente dopo si voltò e scomparve, non prima di aver perso una borsina verde che portava su una spalla e che andò a cadere proprio sul naso di Nottolino. 
“Perfetto,” penso questi amareggiato. “Sono qui in una buca da cui non so uscire, con solo una borsina vuota in mano. Se solo avessi una fune e un gancio!”
Immediatamente la borsa si fece più pesante e al suo interno c’era proprio una fune leggera e robusta che brillava come argento e un gancio abbastanza grande e pesante, che al primo lancio si andò a fissare saldamente sul ramo di un albero consentendo al ragazzo di issarsi con la fune fuori dalla buca. 
Una volta in salvo, il giovane ripose tutto nella borsa, che tornò immediatamente vuota, e si mise a osservarla. Era una borsa di seta verde, ornata di foglie disposte graziosamente e chiusa da un bottone di un legno chiaro che doveva essere nocciolo, il legno magico e protettivo tanto amato dalle fate.
Si diresse quindi verso casa, questa volta stando bene attento a tutti i suoni  del bosco per non imbattersi nuovamente nei cinghiali, fino a quando quasi andò a sbattere contro un rovo carico di frutti maturi.
“Se solo avessi un cestino,” disse Nottolino tra sé “potrei raccoglierne un po’ da portare a casa.”
Ma ecco di nuovo la borsina farsi più pesante, rivelando un cestino proprio delle dimensioni giuste per contenere quelle belle more.
Da quel giorno, la vita di Nottolino cambiò e per molti anni poté fare affidamento su quella borsina che gli concedeva in ogni istante ciò di cui aveva più bisogno e da cui non si separava mai. Ma mentre lui invecchiava, la borsina rimaneva sempre bella e lucente come il primo giorno.
L’aveva ancora con sé, quando si recò a passeggiare nello stesso bosco e notò la stessa brillantezza di colori di tanti anni prima. La borsina si fece luminosa come se avesse una lanterna al suo interno e all’improvviso ecco comparire la fata, bella e splendente come se per lei tutti quegli anni fossero stati solo una manciata di secondi.
Rivedendola Nottolino, che ormai era vecchio e non aveva più nulla da perdere, non riuscì a trattenersi dal rimproverarla. “Mi avevi promesso aiuto, e invece te ne sei andata, quel giorno. Se non avessi perso la borsa, io sarei morto dentro a quella fossa.”
La fata lo guardò con aria curiosa, prima di dire con calma: “Le fate non perdono mai niente. Era un dono, il mio, per ringraziarti di avermi salvata. Ma visto che sei ingrato e che invece di coltivare la riconoscenza hai preferito coltivare il rancore, ti chiedo di restituirmi quello che mi appartiene.” 
Detto ciò allungò imperiosamente una mano e Nottolino vi depose di malavoglia quella borsina che per tanti anni era stata la sua compagna fedele. 
La fata scomparve e l’uomo non la rivide mai più, ma generosamente lasciò a Nottolino tutti i beni e le fortune che in tanti anni la borsina gli aveva procurato, insieme alla più grande lezione di tutta la sua vita.




domenica 29 marzo 2015

La luce nel bosco

Una fiaba per augurarvi buon fine settimana. Ho unito due spunti tra i più votati sulla pagina Facebook: La lucina nel bosco e La statua che narra fiabe. 


La luce nel bosco

Adesso, adesso Clara si sentiva sciocca.
Avevano fatto un bel picnic, tutti insieme. Con fratelli, genitori, zii e cugini. Avevano mangiato sulle coperte stese sull’erba e scherzato e giocato.
Non sapeva perché, in quell’ultimo gioco a nascondino, avevo voluto allontanarsi tanto. Orgoglio, forse. Era la più piccola, e i cugini e i fratelli la trovavano sempre.
Così, si era incamminata di soppiatto nel bosco e si era nascosta dietro un cespuglio, ma poi quel nascondiglio non le era più sembrato tanto sicuro e si era allontanata ancora un po’ e poi un altro po’. Infine aveva visto una farfalla bellissima e l’aveva seguita immaginando la faccia che avrebbero fatto, gli altri, quando  sarebbe infine sbucata fuori urlando “Liberi tutti!” e li avrebbe portati a vedere quella bellissima farfalla.
Poi si era stesa sotto un abete, a osservare il cielo attraverso l’intrico dei rami e all’improvviso si era resa conto che da tanto tempo non sentiva più le voci dei grandi e nemmeno quelle dei bambini.
Il cielo era diventato rapidamente livido, prima di arrossare dove il sole stava scendendo.
E adesso era lì, smarrita e sola, a camminare in quel bosco scurissimo e pieno di suoni sconosciuti.
Dapprima, aveva urlato i nomi dei fratelli e dei cugini. Si era arrabbiata per quello scherzo crudele di farle credere di essersi persa.
Poi aveva capito che non era uno scherzo.
Era andata avanti a urlare ogni tanto, più forte che poteva: “SONO QUI!”
Ma le aveva risposto solo il frusciare del vento tra le foglie.
Ora, ormai, aveva perso la voce.
Aveva freddo, aveva sete. Non c’era nessuno.
Sentiva due lacrime pungerle gli occhi, ma cercava di scacciarle. Non voleva piangere.
Voleva trovare gli altri, abbracciare la mamma e tornare a casa.
Al pensiero della mamma non riuscì più a trattenersi e le lacrime iniziarono a scorrere, rendendole per un attimo la vista offuscata.
E in quella foschia intravide un bagliore.  
Si asciugò rapida gli occhi col dorso della mano.
Ma sì!
In mezzo alle foglie, in lontananza, si vedeva una luce.
Clara si diresse da quella parte più in fretta che poteva. Se c’era una luce, allora c’era una casa. E se c’era una casa, allora c’erano persone che avrebbero potuto aiutarla a ritrovare la mamma.
Quando fu un po’ più vicina, si accorse che una casa c’era davvero. Una bella casetta con finestre illuminate. Poi udì una voce.
 Una voce tranquilla stava raccontando una fiaba.
La bambina si guardò intorno, incuriosita. Nella radura in cui sorgeva la casa non c’era nessuno.
Solo qualche vecchia statua, mezzo coperta di foglie e muschi.
Ma man mano che si avvicinava, però,  la voce si faceva più distinta. Era bellissima e raccontava dell’amore di un principe e di una sfortunata principessa in un modo così perfetto, che Clara si scoprì a rallentare il passo.
E poi, voltandosi, la vide. Una statua di marmo sembrava reggere tra le braccia un libro, mentre le labbra si muovevano nel leggere la storia.  
Quasi senza volere, Clara trovò lì accanto un masso coperto di soffice muschio e sedette comodamente, incapace di fare altro che ascoltare la fiaba.
Un vago chiarore invase la radura, ma la bimba era così assorta nella fiaba che quasi non lo notò.
Solo quando lo strano cantastorie terminò finalmente il racconto con un “… e vissero per sempre felici e contenti” si riscosse e si guardò intorno.
Decine di piccole creature alate si erano posate tutto intorno, chi su una foglia, chi su un ramo, chi su altri sassi coperti di muschio. Erano loro ad avere illuminato la radura.
“Oooh, che bella fiaba!” sospirò una delle creature. Era coricata a pancia in giù su una foglia di quercia e aveva l’aspetto di una ragazzina dai capelli rossi, anche se non era più alta di un cucchiaio. Il piccolo viso era costellato di lentiggini e le alucce si agitavano in modo sbarazzino dietro di lei.
La statua, terminata la sua storia, era tornata immobile, quindi Clara si rivolse alla strana creatura.
“Ma che cos’è?”
La creatura, che era una fata, la guardò per un attimo sbattendo le palpebre stupita.
“E tu che cosa ci fai qui?” sbottò infine invece di rispondere alla domanda della bambina.
“Mi sono persa” disse Clara, ricordando all’improvviso la sua triste condizione.
La fata le volò accanto, premurosa. “Oh, povera piccola!” le disse prendendole una mano tra le sue e tirandola verso la casetta dalle finestre illuminate.
Se l’esterno era grazioso, l’interno non somigliava a nulla che Clara avesse mai visto. ovunque c’erano fate luminose intente nelle più svariate faccende o a oziare. Scaffali di legno contenevano alla rinfusa barattoli e leccornie, libri, abiti, vasetti di fiori e piccoli animali.
Tavolini e seggioline, cuscini, letti e poltrone erano disposti un po’ a caso nell’ambiente. La fata fece accompagnare la bimba accanto a un piccolo tavolo, le offrì una bevanda calda dolce di miele e alcuni dolcetti e stette a guardarla mangiare. Poi la invitò a esprimere un desiderio, ma Clara la guardò smarrita.
“Devi esprimere un desiderio,” disse la fata con pazienza. “Così io potrò esaudirlo. Ma devi sbrigarti, perché il tempo qui scorre in modo diverso e nel mondo degli umani è già passato un anno, da quando ti sei persa.”
La bambina spalancò gli occhi. Già un anno! Eppure, esitava.
“Che cosa ti trattiene?” chiese la fata guardandola sinceramente preoccupata.
La risposta arrivò in un sussurro. “La statua che narra le storie. È così brava che vorrei sentirne ancora una…”
La fata sorrise. Fece segno a Clara di seguirla e tornò accanto alla statua,  che riprese a narrare. “C’era una volta una bimba di nome Clara…” La bimba rimase di stucco. La statua stava raccontando proprio la sua storia!
Ma uno strano torpore la invase e si addormentò di botto sul sasso coperto di muschio.
Quando si svegliò, incredibilmente, era nel giardino di casa sua. Non c’era più traccia delle strane creature alate e luminose, ma la statua che narrava le fiabe era lì, accanto a lei.
Clara si rialzò e l’abbracciò con trasporto, prima di dirigersi verso le finestre illuminate della sua casa, dove la sua famiglia aspettava solo di riabbracciarla.
 

lunedì 9 marzo 2015

La fata dai guanti rossi

La fata dai guanti rossi

- Guanti rossi … Guanti rossi… Ma dove saranno finiti i miei guanti rossi?

La giovane fata sta rovistando nei bauli da un bel pezzo, quando finalmente si accorge del gatto Amilcare che la guarda con aria annoiata, tenendo in bocca i famigerati guanti.
- Oh! Grazie, Amilcare. Sei un gatto adorabile. Che cosa farei, se non ci fossi tu!

Un vortice d’aria e sono nel bel mezzo di una città moderna, tra passanti indaffarati. Nessuno presta attenzione alla giovane donna che passeggia con un bel gattone bianco e nero al suo fianco. Nessuno fa caso agli strani guanti rossi che brillano leggermente nel sole.

No. Un momento. Qualcuno in effetti li ha notati, quei guanti che brillano.
Una bambina tenuta per mano dalla mamma vorrebbe fermarsi a guardarli meglio. – Mamma guarda!
Ma gli adulti hanno sempre fretta, non hanno il tempo per fermarsi a osservare le cose.

Altri bambini hanno notato quei guanti rossi, ma non tutti hanno avuto il tempo di dire qualcosa.

Perché quei guanti che brillano adesso fanno schioccare le dita.
SNAP! E all’improvviso la città si ferma.
Tutti quanti sono immobili come statue. Il vigile che stava dirigendo il traffico, il venditore di gelati, il ragazzino che stava quasi per addentare il suo panino e il cetriolino dispettoso che stava per cadergli sulla maglietta.  

I bambini si guardano intorno stupiti. Sono un bel gruppetto. Bambini e bambine di varie età, sono gli unici a continuare a muoversi.
Insieme alla fata e al suo strano gatto che adesso si è messo comodo ai piedi di una statua e si liscia pigramente il pelo.
- Coraggio, bambini! – li incita allegramente la fata.
- Chi vuole iniziare il giro per Fantasilandia? Da questa parte, prego!
I bambini si riuniscono intorno a quella strana persona, che muove velocemente i suoi guanti rossi facendo loro cenno di avvicinarsi.
E i bambini si avvicinano. Nel silenzio irreale, avanzano circospetti in quella città che non è mai stata per loro. Bisognava dare la mano alla mamma, stare fermi, stare zitti, stare attenti al traffico…
 
Adesso no. La Fata dai guanti rossi li guarda con un gran sorriso stampato sulla faccia coperta di lentiggini e fa ondeggiare i riccioli rossi.

- Per prima cosa… i grandi magazzini!
La prima tappa della strana comitiva sono i grandi magazzini. I bambini hanno il permesso di correre, di giocare, di toccare quello che vogliono. Se rompono qualcosa, la fata è lesta a far schioccare le dita e tutto torna come nuovo.
Dapprincipio sono timorosi, poi si scatenano. Il reparto giocattoli è il preferito. Giocano, guardano, confrontano. Per la prima volta, possono rimanere per tutto il tempo che vogliono.
Quando hanno esplorato per bene il reparto giocattoli, alcuni stringono in mano un gioco che proprio vorrebbero portarsi via. Per alcuni è un pupazzo o una bambola, per alcuni un libro, per altri un gioco elettronico. La fata sorride mentre il gatto Amilcare, inforcato un paio di occhiali, prende accuratamente nota.
I giocattoli vengono rimessi al loro posto e si passa nella migliore pasticceria della città. Qui, ogni bambino può prendere un dolce e immediatamente le mani guantate di rosso ne fanno comparire uno uguale nella vetrina. Poi si va ai giardini e sulle giostre.
Amilcare accetta di fare compagnia a qualche bambino e quando scende barcolla, perché gli gira la testa.
In quella strana giornata, il sole non tramonta per molto, molto tempo.
Ma anche le cose belle finiscono e a un certo punto è tempo di tornare a casa. Ogni bambino torna nella posizione in cui era quando tutto è iniziato e… SNAP!
Tutto ritorna come prima. Il traffico riprende a scorrere, mentre il vigile lo dirige. Il famoso cetriolino cade sulla maglietta, mentre il ragazzino addenta finalmente il suo panino.

I bambini si guardano intorno, chiedendosi se hanno solo sognato quella strana giornata. Ma durante la notte, mentre dormono nei loro lettini, i giocattoli che avevano desiderato compaiono accanto a loro.
Alcuni di loro giureranno, al mattino, di avere intravisto un paio di mani guantate di rosso che li posavano sul comodino.
Ma tutti, tutti quei bimbi rimarranno a lungo molto più felici, disposti a credere alla magia della fata dai guanti rossi.



Ringrazio tutti per la pazienza con cui attendete le fiabe anche quando non riesco a essere regolare.

L'immagine è di The Vintage Angel

domenica 22 febbraio 2015

Di giada e d'ambra




Di giada e d'ambra


C’era una volta, in tempi antichissimi, un cavaliere nero come la notte che aveva una sposa luminosa come il giorno.
I due si amavano teneramente e dal loro felice matrimonio nacquero due figlie bellissime, che i genitori vollero chiamare come pietre preziose: Giada e Ambra.
Dopo alcuni anni, però, la luminosa sposa del cavaliere si ammalò e iniziò deperire pian piano. A nulla valsero le cure dei medici migliori del regno e i lunghi viaggi in cerca di questo o quel rimedio. Fino a che, quando ormai tutto il resto aveva fallito, qualcuno consigliò al cavaliere di andare a interpellare la Maga della Montagna.
Disperato, il cavaliere si mise in viaggio e arrivò in cima alla montagna che ormai era l’alba. 
Dalla grotta che gli avevano indicato uscì una donna che non sarebbe corretto definire vecchia.
Era, piuttosto, antica. Ogni centimetro della sua pelle era coperto da strani disegni e aveva l’aria rinsecchita ma forte di alcuni vecchi alberi che sopravvivono ai secoli. Appeso all’orecchio sinistro, aveva un minuscolo campanellino d’argento che tintinnava a ogni movimento.
La donna, dicevamo, uscì dalla grotta per salutare l’alba e si trovò davanti al viaggiatore esausto.
- Vai via! – gli disse solo, prima di dedicarsi alle sue faccende. 
Al tramonto, il viaggiatore era ancora davanti alla grotta, immobile come una statua. 
La Maga della Montagna sospirò e gli andò davanti.
- Ti ascolto – disse prima di sedersi a terra, imitata immediatamente dal cavaliere che usò tutta la sua eloquenza e tutte le sue migliori maniere per esporre la sua situazione e chiedere l’aiuto della Maga. 
Lei lo ascoltò in silenzio per tutto il tempo necessario, poi si alzò di scatto.
- Non ho rimedi per il tuo problema. Vai via!
Il cavaliere non si lasciò scoraggiare e si rimise in piedi fuori dalla grotta. 
La Maga rientrò e si coricò sul suo giaciglio, quando all’improvviso si accorse che la grotta era illuminata da uno strano chiarore. 
Ai piedi del suo pagliericcio c’era l’immagine di una donna luminosa come il giorno, con un’espressione sofferente sul viso. Stava lì in silenzio, immobile come una statua. 
Per tutta la notte la Maga  si girò e si rigirò, e ogni volta l’immagine della dama luminosa era lì immobile a guardarla.
All’alba, quando uscì per salutare il giorno, la maga vide che il cavaliere era ancora lì, in piedi, immobile fuori dalla grotta.  E così andò avanti ancora il giorno e la notte successiva e quella dopo ancora.
Diventata un po’ irritabile per la mancanza di sonno, all’alba del quarto giorno la Maga fece cenno al cavaliere di entrare nella grotta.
- Certo che tu e la tua sposa avete una bella tenacia, quando si tratta di convincere la gente ad aiutarvi!- sbottò ravvivando le fiamme del focolare, che fissò muta per qualche tempo.  
Infine si rivolse al cavaliere, offrendogli una ciotola d’acqua e un po’ di cibo.
- Ascoltami bene. Devi andare dal re e offrirgli i tuoi servigi per un anno. Sta proprio cercando qualcuno come te e ti ricompenserà con generosità. Allo scadere dell’anno, con il compenso devi  costruire una stanza di giada e d’ambra. Scegli solo i materiali migliori e conserva con cura la chiave di quella stanza, in cui dovrai entrare tu solo nelle notti di luna piena. La tua sposa sarà lì e potrete vedervi ancora. Di più, non posso fare. Ricorda: custodisci con cura la chiave!

Il cavaliere si profuse in ringraziamenti e si offrì di ricompensare la maga, che rifiutò e si congedò coi consueti modi rudi. 
Tornato a casa, apprese con enorme dolore che la sua sposa era spirata proprio la sera in cui lui aveva raggiunto la grotta della Maga, ma nella speranza di rivederla ancora decise comunque di seguire le indicazioni della strana donna della montagna. 
Andò dal re, lo servì fedelmente e allo scadere dell’anno chiese la sua ricompensa che fu invero molto generosa. Con quella, fece costruire una stanza segreta, interamente di giada e d’ambra che teneva sempre accuratamente chiusa.
- Quanti misteri! – si lamentavano le figlie. – Come se non bastassero le stranezze, ogni notte da quando sei partito abbiano sentito un suono di campanellino fuori dalle finestre, ma non abbiamo mai visto nessuno!
Ricordando il campanellino d’argento appeso all’orecchio della maga, il cavaliere sorrideva e moltiplicava i suoi sforzi per completare la stanza segreta prima della luna piena.
E la luna piena arrivò e la stanza era pronta e il cavaliere vi incontrò davvero la sua luminosa sposa.
Parlarono fino all’alba, rinnovandosi promesse d’amore e consigliandosi per la vita delle adorate figlie. 
Così proseguì, anno dopo anno. In certe notti anche il cavaliere sentiva riecheggiare all’esterno il suono di un campanellino, senza mai riuscire a scorgere nessuno.  
Le bellissime figlie infine crebbero e si sposarono con amore.
Il cavaliere, ormai un po’ avanti con gli anni, rimase solo nella casa che sembrava all’improvviso troppo grande. Continuava a recarsi nella stanza di giada e d’ambra ad ogni notte di luna piena per incontrare la sua sposa, ma divenne un po’ meno accorto nel custodire la chiave di quella stanza, sapendosi solo in casa.
E così accadde. Una gazza ladra trovò quella chiave luccicante abbandonata sul tavolo e se la portò via, volando dalla finestra.  
Il cavaliere, approssimandosi la luna piena, frugò piangendo ogni stanza e ogni angolo, ma la chiave era perduta.
Stava piangendo disperatamente tenendosi il capo tra le mani quando udì di nuovo il suono del campanellino d'argento. Ma questa volta, quando sollevò lo sguardo, la Maga della Montagna era davanti a lui.    
 - Ti avevo pur dette di custodire con cura la chiave – gli disse severamente, ma con una nota nuova di compassione nella voce.
Il cavaliere prese a piangere ancora più forte e a questo punto la Maga, del tutto inaspettatamente, gli pose dolcemente una mano sulla spalla. – Smetti pure di piangere. La tua sposa ti aspetta. Mai avevo preso così a cuore una vicenda umana, e spero davvero che non mi capiterà mai più nella vita. Ma non avevo mai visto una coppia amarsi tanto come voi due. Vieni con me.
Detto ciò lo condusse alla luce della luna piena in un bosco sconosciuto, tra alberi fruscianti e strane luci che danzavano nella notte. 
Infine giunsero davanti a una porta di giada e d’ambra e il cavaliere ebbe un sussulto. 
Provò a dire qualcosa, ma la maga, con gli occhi che sembravano davvero umidi di lacrime, lo zittì e gli consegnò una chiave d’oro. 
-Va’, ora, e siate felici!
Il cavaliere aprì tremando la porta e si ritrovò in una stanza che era l’esatta replica di quella costruita per sua moglie. E la sua sposa era lì, in carne ed ossa, e anche lui era di nuovo giovane e si abbracciarono. – Ma come è possibile ?– chiese il cavaliere appena riuscì a riprendersi un poco dallo stupore e dalla gioia. 
La sua sposa gli sorrise. - Dunque ancora non hai capito? La Maga della Montagna ha preso a cuore il nostro amore e ci ha concesso di vivere per sempre nel regno incantato. Da qui, potremo sempre vegliare sulle nostre figlie e stare finalmente insieme.
Detto ciò rise felice, scuotendo leggermente il capo. 
E il cavaliere si avvide solo in quel momento che un campanellino d’argento le ornava l’orecchio sinistro.  



Vi chiedo di perdonarmi se sono stata un po' assente. A volte anche le fiabe hanno bisogno di silenzio... ma ecco la fiaba per questo fine settimana. 


L'immagine è di Fairy Tales of the Secret Forest. 


domenica 18 gennaio 2015

La città.libro

La città-libro

C’era una volta un uomo molto indaffarato. Ogni giorno aveva una lista di commissioni da fare lunga così e allora si metteva a testa bassa a fare quello che doveva.
Anche quel giorno aveva iniziato presto, spuntando la sua lista e pensando “Allora, il meccanico per l’auto l’ho fatto… adesso devo fare quella piccola commissione, poi vado al supermercato, poi…”
Non si fermava mai, questo signore, perché era davvero DAVVERO molto indaffarato.
A malapena sollevava lo sguardo da terra quando andava a sbattere contro qualcuno, poi riprendeva le sue attività con gli occhi bassi e rimuginando fra sé le cose che ancora gli restavano da fare.
Non avrebbe saputo dire di che colore era il cielo, perché lui non aveva tempo di guardare il cielo. Forse per questo gli piaceva tanto la nebbia, come quella quel giorno avvolgeva ogni cosa. La nebbia, la vedeva anche continuando a camminare a testa bassa e facendo le sue cose.

Certo, della bellezza e della poesia del mondo sapeva molto poco, quell’uomo indaffarato. Ma così gli sembrava di risparmiare tempo. Scese dal tram e la prima cosa che vide guardandosi intorno fu una gran nebbia. Era in una parte della città che non conosceva affatto, ma non si perse d’animo.
In quella città, ogni via aveva la sua bella targhetta con il nome e ogni portone aveva il suo bel numero ordinato. Non gli ci volle molto per trovare il portone in cui doveva entrare.
Sempre con gli occhi a terra, passò davanti alla guardiola del custode e si avviò per le scale. Doveva andare al secondo piano, gli avevano detto.
Certo, dal cortile veniva proprio dei suoni strani. Sembravano strida di scimmie e di uccelli esotici. Aveva voglia di dare una sbirciata, ma la macchia verde che aveva colto con la coda dell’occhio gli era più che sufficiente per capire che c’erano delle piante, in quel cortile.
Del resto, era davvero troppo indaffarato per mettersi a guardare i cortili, lui.
Figuriamoci! Se avesse perso tempo a guardare tutti i cortili, non avrebbe mai sbrigato in tempo tutte le sue commissioni!

Al primo piano, però, lo sguardo gli toccò alzarlo, quando una noce di cocco gli mancò di poco la capoccia e a momenti lo fece inciampare.
E alzando gli occhi si accorse che, veramente, si trovava in una foresta.
Le scale sparivano di lì a pochi passi in un groviglio di giungla. Gli alberi svettavano alti, fino a un cielo azzurrissimo. Erano ornati da un groviglio di liane. Uccelli mai visti e dai colori sgargianti volavano di ramo in ramo, disturbando piccole scimmie che gridavano irritate. 
L’uomo indaffarato non ebbe il tempo di stupirsi a dovere, perché degli uomini con divise antiquate arrivarono urlando da destra, mentre da sinistra arrivavano altri uomini vestiti di pochi stracci dalla foggia strana. Si misero a combattere proprio davanti a lui.

L’uomo indaffarato sobbalzò, quando un  altro visitatore arrivò dalle scale ansimando un po’.  Gli si fermò accanto, facendosi aria con il fazzoletto.
- Ah! Siamo alle prese con i pirati della Malesia! - disse il nuovo arrivato, di ottimo umore.
- Scusi? 
L’uomo indaffarato faticava a raccapezzarsi.
- Salgari, amico mio. Salagari! - rispose l’altro inoltrandosi senza paura nella giungla.

L’uomo indaffarato ci mise un secondo a prendere la sua decisione. Si girò e si precipitò a capofitto giù per le scale, tornando da dove era venuto.
“Sicuramente ho sbagliato portone” pensava tra sé mentre riguadagnava l’uscita.
Il portone accanto aveva un’aria più rassicurante, con un bel frontone ornato.
All’interno, tutto era silenzioso.
Qui il custode non c’era.
Eppure anche quel cortile sembrava avere qualcosa di strano… Sembrava un giardino orientale, con giochi d’acqua e pavoni che passeggiavano pigri. In un padiglione riccamente ornato, un giovane abbigliato come un principe riposava su cuscini di seta. Aveva l’aria un po’ triste.

- Scusi? - disse l’uomo con un certo imbarazzo. – Saprebbe dirmi per piacere se questo è il portone numero 16?
Il principe si voltò molto lentamente: - Mi dispiace, no. So solo che qui siamo nelle 1000 e una notte, non so dirvi altro.

Ci vollero altri quattro portoni, all’uomo indaffarato, prima di capire che quelli in cui entrava non erano palazzi, ma libri. Libri pieni di storie affascinanti e sempre diverse.
Allora ritornò all’inizio di quella lunghissima via e prese a visitarli tutti quanti da cima a fondo, assaporando ogni attimo.
L’ultima volta che l’ho visto era più o meno all’altezza del portone numero 36, si stava divertendo molto e stava osservando il cielo.
– E mi mancano ancora tutti i numeri dispari! – mi ha detto estasiato prima di infilarsi nel portone successivo. 




domenica 11 gennaio 2015

Il palazzo e la stella degli elfi



Fiasba del fine settimana! L'altra fiaba verrà pubblicata a giorni...

Il palazzo e la stella degli elfi


C’era una volta, c’era, un giovane di belle speranze ma di pochi beni, che alla morte del vecchio padre decise di andare per il mondo in cerca di fortuna.

Solo una barchetta, possedeva, con cui si pescava nel grande mare quanto bastava a sfamarlo.
La sera, approdava in qualche caletta riparata, si accendeva un fuoco e trascorreva la notte guardando le stelle e sognando un futuro prospero e ricco di onori.

Non era una brutta vita, invero, quando le tempeste non ci mettevano lo zampino.
E quella notte, appunto, un mare arrabbiato lo scaraventò su una spiaggia sconosciuta, danneggiando la barca.

Il giovane guardò attentamente da una parte e dall’altra. Non si vedeva nemmeno una lucina di qualche abitazione e non si sentivano altri suoni se non il ruggire del vento e le onde che si infrangevano contro gli scogli.
Tirata in secca la barca, il giovane si avviò in una direzione a caso, sperando di trovare ospitalità in qualche casetta di pescatori.

Dopo molto camminare, infreddolito ed esausto vide infine una luce in lontananza. Era una casupola assai misera, ma in quel momento gli parve una reggia. Gli aprì la porta una donna né giovane né vecchia, con lunghi capelli neri che le ondeggiavano ben oltre le spalle.
Lo accolse senza una parola e gli servì una minestra calda da un paiolo che bolliva sul fuoco. Poi gli diede una coperta affinché si mettesse a dormire accanto al fuoco e se ne andò a dormire anche lei.

Al mattino, quando il giovane si svegliò, la donna gli rivolse finalmente la parola.
«Non ti consiglio di proseguire nella stessa direzione, giovane sventato. C’è grande agitazione, tra gli elfi che abitano quelle terre. Hanno smarrito la loro stella rossa e stanno frugando ogni angolo della costa per ritrovarla. Stanne lontano.»
Un po’ stupito da quella rivelazione, il giovane chiese dove poteva trovare aiuto per riparare la sua barca e, ricevute le indicazioni che gli servivano si rimise in cammino, tornando da dove era venuto. Ma quando si voltò per salutare con la mano la sua ospite, la casupola era scomparsa, e al suo posto c’era un bellissimo palazzo tutto bianco.
“Sicuramente, qualche illusione degli elfi!” pensò il ragazzo allontanandosi velocemente.
In quella quasi inciampò in una gattina minuscola, dal manto rosso. Se ne stava seduta in mezzo al sentiero, come se lo stesse aspettando.
Il giovane la prese in braccio. Aveva un aspetto strano, quella micetta, con il lungo pelo fulvo e gli occhi e le orecchie sembravano un po’ più appuntiti del normale.
Il giovane la rimise giù con delicatezza e riprese la sua strada, ma la gattina lo seguiva, miagolando sonoramente.
“Forse ha fame” pensò il giovane. Sollevatala di nuovo e tenendola in braccio si avviò verso la sua barca, dove era sicuro di avere qualche avanzo di pesce per la sua nuova piccola amica.
La gattina rossa mangiò di buon appetito, poi si accoccolò su alcune funi e si mise a fare le fusa. Il giovane si rese conto che avrebbe voluto tenerla con sé. E così decise.
Riparata la barca, la curiosità sulla misteriosa terra degli elfi riprese il sopravvento e ignorando gli avvertimenti della donna  dai capelli neri proprio in quella direzione diresse la prua.
Navigando a vista vicino alla costa, rivide il maestoso palazzo bianco e poi meraviglie e costruzioni quali non ne aveva mai viste in vita sua.  C’erano palazzi che seguivano i tronchi di enormi alberi dalle foglie tintinnanti e tutto era immerso in una bellissima luce dorata.

Il giovane si era ripromesso di tenersi lontano dalla costa, ma non avendo avvistato nessuno decise di approdare.
Appena ebbe tratto la barca a riva, la gattina scese a terra e iniziò a scrollarsi, rimanendo avvolta in un nube di pulviscolo d’oro.
Quando la povere si posò, al posto della gattina c’era una bellissima giovane elfa, dai capelli fulvi e le orecchie a punta.
In quel momento iniziò a raccogliersi lì intorno una folla di elfi, come spuntati dal nulla.
Il più autorevole si avvicinò al giovane e gli rivolse la parola.
«Grazie. Grazie straniero, per averci riportato la nostra principessa, la nostra Stella Rossa.»
Il giovane si guardava intorno a bocca aperta. «Non avevo idea…» riuscì a dire infine.
I grandi festeggiamenti per il ritrovamento della Stella Rossa gli diedero modo di riprendersi, e quando all’alba gli elfi gli chiesero di restare con loro, il giovane ne fu ben lieto. Le leggende dicono che ancora, nelle sere di nebbia, si può vedere un giovane navigare vicino alla costa, cantando felice.