giovedì 15 maggio 2014

Il cervo bianco

Giorno nuovo, fiaba nuova!

 Il cervo bianco

Bianca era uscita dal castello in tutta fretta. Non voleva dare alla cuoca la soddisfazione di vederla piangere.
Era vero, lei era solo una sguattera, ma non c’era motivo di farle tante cattiverie!
Avanzò veloce fino al bosco, fino a quella grande quercia che le ricordava la sua casa lontana, si accoccolò tra le sue radici stringendo le gambe con le braccia e diede sfogo al suo dolore. Pianse a lungo, scossa dai singhiozzi.
Sentiva la mancanza della sua famiglia lontana, delle carezze di sua madre, dei chiacchiericcio dei suoi fratelli e sorelle.
Le avevano detto che era una fortuna, che la volessero a lavorare al grande castello, ma Bianca sentiva la nostalgia di casa e quella vecchia strega di una cuoca non perdeva occasione per umiliarla e maltrattarla.
A un tratto, sentì uno strano rumore. Come un fruscio del vento, ma più setoso. Dal nulla, le comparve dinanzi un cervo maestoso, con un enorme palco di corna e dal manto completamente bianco.
Bianca rimase a osservare l’animale, che a sua volta la fissò a lungo prima di sparire tra gli alberi.
La fanciulla rimase a osservare il punto in cui il cervo era sparito, sperando che tornasse. Come era bello!
Così non vide arrivare la dama che a un tratto trovò al suo fianco e che le disse: “Cosa aspetti? Andiamo.”
Bianca non aveva mai visto quella dama. Era alta e fiera, di una bellezza sovrannaturale, e la sua pelle candida brillava come una perla nell’acqua.
Si alzò asciugandosi le lacrime dal viso e finalmente riuscì a chiedere: “Andiamo dove, mia signora?”
La fata, perché era una fata, la guardò dall’alto in basso con aria interrogativa. “Non hai visto il cervo bianco? Ti ha scelta. Su, non abbiamo tempo da perdere!”
Quindi si avviò con passo leggero tra gli alberi, reggendosi con una mano la lunga veste fluttuante.
 Bianca era incantata dalla grazia e la rapidità con cui si muoveva, ma fece del suo meglio per restarle dietro, nonostante i pesanti zoccoli che portava ai piedi. Quelli zoccoli le rendevano difficile camminare e facevano tanto rumore che a un certo punto la fata si voltò, li guardò perplessa e con un gesto della mano fece comparire al loro posto un paio di calzature di pelle morbidissima. Bianca non aveva mai avuto calzature così belle, ma non ebbe tempo di ammirarle perché la fata aveva ripreso ad avanzare veloce.
Dopo un lungo percorso tra i boschi, la fata sembrò ricordarsi improvvisamente qualcosa e si voltò verso Bianca: “Vorrai riposare un po’, prima di proseguire.”
Bianca annuì. La fata era gentile con lei, ma emanava una tale autorità che la intimidiva.
La fata le indicò un ceppo su cui poteva sedere, e di nuovo con un gesto della mano fece comparire un ricco pasto in un piatto d’oro e acqua fresca in una coppa di cristallo, perché Bianca potesse rifocillarsi.
Mentre Bianca mangiava, la fata la osservava con il capo inclinato, come incuriosita.
Quando la ragazza ebbe finito, fece sparire la coppa e il piatto e la guardò un attimo, soppesandola. “Non puoi proprio presentarti vestita così,” disse infine la fata e di colpo Bianca vide le sue povere vesti da sguattera trasformarsi in un abito lungo e fluente, di un rosso acceso. In seguito comparve un giustacuore nero e infine si ritrovò con una faretra sulla spalla e un arco d’argento in mano. “Così va meglio,” disse la fata riprendendo il cammino.
Intanto che la seguiva, Bianca  osservava sbalordita il suo nuovo abito e il suo equipaggiamento. L’arco era di un argento riccamente lavorato e le frecce della faretra erano bellissime, dritte e luccicanti.
Alla fine giunsero a una costruzione di pietra che sembrava antichissima, con archi alti fino al cielo.
La fata la guidò fino a un salone riccamente addobbato di tralci di vite e fiori che scendevano in cascate dal soffitto.
In mezzo alla sala, il grande cervo bianco.
“Finalmente siete arrivate!” disse, rivolto alla fata.
“La ragazza è umana,” fu la risposta della fata.
Il cervo bianco abbassò il muso in segno di assenso.
Poi si rivolse a Bianca: “Ho visto il tuo cuore, che è puro e generoso. Ti offro di far parte della mia guardia. Il tuo compito, con gli altri, è di pattugliare i boschi e impedire agli umani di arrivare fino a qui. In cambio, la tua famiglia riceverà ricchezze adeguate e tu potrai andarli a trovare due volte l’anno, al solstizio d’inverno e a quello d’estate. Accetti?”
Bianca sollevò appena l’arco e stava per rispondere, ma il cervo la interruppe: “Sì, lo so che non hai esperienza. Riceverai un addestramento adeguato, non temere.”
Bianca ripensò alla cuoca del castello e fece un ampio sorriso. “Accetto con tutto il cuore.”
Iniziò così la sua vita felice nel folto dei boschi, al servizio del cervo bianco. Della sua guardia facevano parte soprattutto elfi e fate, ma Bianca imparò in fretta a tenere il passo con loro, a muoversi per il bosco silenziosa come una piuma, a tirare con l’arco e a sorvegliare i confini. Le piaceva immensamente passare le giornate nei boschi e nel palazzo di pietra aveva a disposizione un ampio appartamento tutto per sé, con una grande letto di quercia pieno di volute intagliate e una grande camino in cui ardeva sempre un fuoco magico.
Era felice, anche se non sapeva che cosa le avrebbe riservato il futuro, né perché il cervo bianco avesse scelto proprio lei.
Poi, un giorno in cui era di pattuglia, vide una figura pesante annaspare vicino ai confini con un cesto pieno di fragoline e di altri frutti di bosco. Scese con un balzo dall’albero su cui era appostata intimando l’altolà e si trovò davanti la cuoca del castello, che per lo spavento aveva rovesciato tutto il cesto di frutti e la guardava con la bocca spalancata per lo stupore.
“Bianca!” esclamò la donna. “Sì, ma non temere.” Disse Bianca chinandosi a raccogliere rapidamente i frutti e rimettendoli nel cesto.
Infine porse il cesto alla cuoca e la prese per un braccio. “Vieni, ti mostro la via più breve per tornare al castello.” L’accompagnò per un tratto e poi tornò tranquilla all suo posto di vedetta. Ma all’improvviso si trovò davanti il cervo bianco. Bianca chinò la testa in segno di saluto.
“Per questo ti ho scelta,” disse il cervo. “Perché  il tuo cuore non conosce il veleno del rancore o del desiderio di vendetta. Tu non sai quanto sia raro.”
Bianca chinò nuovamente il capo con umiltà e quando lo risollevò il cervo bianco era sparito. E lei proseguì con la sua vita felice.
 
  
Buonanotte a tutti e sogni felici.

mercoledì 14 maggio 2014

Il portafogli magico

Questa sera la stanchezza non è niente in confornto alla soddisfazione di vedere la pagina della Disfida su Facebook che cresce, riceve apprezzamenti e si riempie di magia e d'incanto.
E a proposito di magia e d'incanto, condivido con voi questa piccola perla:

 ..."Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo.
Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti."

Pablo Neruda

E adesso, come ogni sera, la fiaba di oggi:

Il portafogli magico

Mani in tasca e testa bassa, Tommaso camminava per le vie della città immerso nei suoi pensieri.
E forse fu una fortuna quel camminare a testa bassa, perché a un certo punto vide un portafogli per terra. Quasi non ci fece caso, ma poi si abbassò a raccoglierlo e si guardò intorno per vedere chi potesse averlo perso.
I passanti andavano ognuno per i fatti propri, così Tommaso si infilò il portafogli in tasca, pensando che sicuramente avrebbe trovato all’interno qualcosa che potesse aiutarlo a rintracciare il proprietario.
Magari, con un po’ di fortuna, avrebbe ricevuto una piccola ricompensa dopo aver riconsegnato quell’oggetto. 
Tornato a casa, tirò fuori il portafogli proprio mentre la mamma diceva al papà: “Ti sei ricordato della gita scolastica dei bambini? Domani devono portare i soldi a scuola.”
“Già, anche la gita scolastica” disse papà scuotendo la testa. Tommaso sapeva che in quel periodo c’erano un sacco di spese. Si avvicinò per mostrare ai genitori il portafogli che aveva trovato.
Il padre lo prese e lo aprì.
Era pieno di banconote che sembravano nuove, tutte disposte ordinatamente. “Sicuramente ci sarà qualcosa che ci aiuterà a individuare il proprietario,” disse il papà frugando pazientemente in ogni taschino.
Niente.
Quel portafogli conteneva solo le banconote.
Esaminò l’esterno, per vedere se ci fosse qualche etichetta, uno scontrino, delle iniziali…
Niente di niente.
Alla fine, contò le banconote prima di riporle nuovamente all’interno.
Erano 500 euro belli tondi, suddivisi in banconote di tagli diversi.
Alla fine, decisero di lasciare il portafogli sul tavolo e di pensare meglio al da farsi l’indomani, dopo una bella dormita e a mente fresca. Ma il mattino dopo non avevano ancora trovato una soluzione. Così, alla fine decisero di prelevare da quel portafogli il denaro per la gita scolastica di Tommaso e del fratellino, con l’intento di rimetterlo a posto alla prima occasione.
Ma quella sera, quando il papà  riprese il portafogli per rimetterci le banconote utilizzate, vide che conteneva esattamente lo stesso importo della sera prima.
“Ma non ti servivano i soldi per la gita dei bambini?” chiese alla moglie
“Sì, li ho presi, come mi avevi detto tu.”
Insomma, ci misero tutti un po’ a rendersene conto, ma qualunque cifra si prelevasse da quel portafogli magico, quello conteneva sempre esattamente 500 euro.
Quella ricchezza inaspettata fece molto comodo in famiglia, e ci furono diverse occasioni per apprezzare quel dono del destino e per dare una mano a parenti e amici. Ma,  come si dice, il destino da, il destino prende.
Una vicina che non aveva mai degnato Tommaso nemmeno di uno sguardo, iniziò a fargli mille moine, e ad aspettarlo sul pianerottolo per invitarlo a fare merenda da lei con latte e biscotti.
A Tommaso quella vicina non era molto simpatica, ma alla fine cedette e un giorno accettò di fare merenda da lei, pensando: “Poverina, si sentirà sola e avrà bisogno di un po’ di compagnia.”
Macché. La vicina aveva ben altro in mente, e tra un biscottino e l’altro riuscì a farsi raccontare da Tommaso la causa di quella improvvisa prosperità della sua famiglia.
Immediatamente fu rosa dall’invidia e iniziò a escogitare tutti i modi per cercare di entrare in casa di Tommaso. Per fortuna, i genitori gli avevano insegnato che non bisogna mai fare entrare estranei in casa e Tommaso era una ragazzino giudizioso. Però la vicina era astuta e un giorno approfittò del fatto che la mamma era scesa un momento in portineria per suonare il campanello. Tommaso chiese “Chi è?” e la vicina gli disse che era un’emergenza e lo pregò di aprirle. Tommaso era di buon cuore e alla fine aprì la porta e la donna gli infilò una serie di bugie su un conto che doveva assolutamente pagare e gli chiese 10 euro. In realtà, era tutta una scusa per vedere dove tenevano il portafogli magico e quando Tommaso, ingenuamente le porse una banconota da 10 euro tenendo il portafogli magico in mano, lei velocissima gli diede uno spintone e glielo rubò.
Quando arrivò la mamma e trovò la porta aperta e Tommaso per terra si arrabbiò moltissimo e iniziò a suonare dalla vicina, ma quella non rispose e non aprì.
I genitori di Tommaso erano saggi e avevano fatto buon uso di quel denaro in più, per cui non risentirono molto della perdita del portafogli magico. La vicina, dal canto suo, non la finiva più di ostentare ogni giorno abiti costosi e gioielli sfarzosi, dandosi un mucchio di arie.
Ma la famiglia di Tommaso aveva assorbito bene il colpo. Erano molto uniti, si volevano bene e sapevano godere delle gioie semplici della vita. Il papà di Tommaso, dopo un incontro con la vicina che lo aveva lasciato particolarmente amareggiato, aveva chiamato il bambino accanto a sé sul balcone e gli aveva detto: “Vedi che bella giornata di sole? Questa nessuno la può comprare, pensa a godertela e basta. Sei pieno di ricchezze, perché hai il necessario, perché hai me e la mamma che ti vogliamo bene, il tuo fratellino che te ne vuole anche lui e poi hai salute e intelligenza. Che cosa si può volere di più? Quella donna, invece, per quanto denaro possa avere sarà sempre incapace di godersi la vita e di avere affetto e calore intorno a sé. Non sprecare il tuo tempo per lei, non ci pensare più.”
Così fece Tomamso e riprese la sua vita spensierata di sempre. 
E un giorno, quando sentì le urla di rabbia della vicina perché qualcuno le aveva rubato il portafogli magico, provò persino un po’ di pena per lei.


martedì 13 maggio 2014

Il vascello invisibile

Ecco la fiaba di oggi, ma che stanchezza!

Il vascello invisibile

Essere l’unica ragazza a bordo di una nave partita a raccogliere rarità botaniche era una vera seccatura. O almeno questo pensava Sonia guardando suo padre, il famoso Capitano Smith, mentre si occupava di stivare tutte le cabine disponibili con rare piante di caffè, cacao e vaniglia.
Ma a Sonia non era permesso scendere a terra, non le era permesso andare a esplorare quelle coste coperte di foreste lussureggianti e nemmeno salire sulle piccole lance che risalivano i fiumi per esplorare quelle terre di animali strani, profumi intensi e fiori incredibili.
Nei suoi abiti femminili, Sonia era d’impiccio ovunque anche a bordo della nave e suo padre la proteggeva come faceva con quelle rare specie botaniche: tenendola chiusa e al riparo. Ma Sonia non voleva rimanere al riparo. Se fosse stata un ragazzo, a tredici anni avrebbe avuto tutta la libertà del mondo, invece quella lunga traversata era stata un incubo. Il padre sembrava farne una colpa a Sonia, se la zia Antonietta era caduta gravemente ammalata poco prima della partenza della spedizione e non aveva più potuto prendersi cura di lei. E così Sonia era dovuta partire con il padre.
Era così contenta, all’inizio! Sognava avventure, galeoni di pirati, sognava di arrampicarsi sul pennone più alto e guardare i delfini!
Invece era rimasta per tutto il tempo chiusa in cabina, quasi sempre sola, con il divieto di fare praticamente tutto.
Così, una sera, aveva gettato una bottiglia in mare. Con dentro un messaggio: “Aiuto!”    
E adesso passeggiava sul ponte della nave ancorata in una baia tranquilla, ascoltando gli strani suoni che provenivano dalla foresta e osservando quella luna che sembrava immensa e scintillava sul mare.
A un tratto, un suono sordo proveniente dalla fiancata di babordo la fece sobbalzare. Era come se qualcosa di molto grande avesse urtato la nave. Sonia andò a vedere, ma non c’era proprio nulla, se non una strana increspatura sul mare…
In modo del tutto irragionevole, allungò una mano e quello che sentì la riempì di stupore. Lei al tatto sentiva una nave, ma non la vedeva. Poi una voce femminile: “Coraggio, salta! Non avere paura!”
Sonia esitò solo un attimo, poi prese la rincorsa e saltò.
Atterrò piuttosto rudemente sul ponte dell’imbarcazione invisibile, che silenziosamente si allontanò sulle acque tranquille. Quando furono abbastanza lontani, la stessa voce di prima disse: “Ci sono degli abiti per te nella tua cabina, sul ponte di comando.”
Fino a pochi mesi prima, Sonia non avrebbe capito l’indicazione, ma adesso si mosse con sicurezza sul ponte invisibile e raggiunse agevolmente la cabina. Trovò a tentoni una porta e la spinse.
Oltre la soglia, trovò una vera e propria cabina, con un bel letto, un tavolo e una sedia, su cui erano posati degli abiti maschili esattamente della sua misura. Che sollievo fu, liberarsi delle lunghe sottane ornate di merletti!
Dopo essersi cambiata, Sonia tornò sul ponte. “Dove andiamo di bello?” provò a chiedere. E la voce le rispose: “Ovunque tu voglia, capitano!” Sonia non stava in sé dalla gioia. Ordinò di fare rotta verso una baia che aveva visto pochi giorni prima e la nave virò con un’elegante manovra.
Filava che era una bellezza e raggiunse la baia in men che non si dica. Una lancia fu calata per accompagnarla a terra, come aveva chiesto. Sbarcò su una spiaggia di sabbia bianca e scintillante, illuminata chiaramente dalla luna. C’erano strane piante altissime e la sua accompagnatrice invisibile  raccolse per lei i frutti più dolci e succosi, i fiori più straordinari e profumati. Intanto, le illustrava le bellezze del luogo e le raccontava meravigliose storie di pirati che si erano svolte in quei mari.
Infine comparvero come dal nulla due amache tese tra le palme e Sonia si addormentò felice, ascoltando i racconti della sua nuova amica.
Il giorno dopo risalirono un fiume con la lancia, addentrandosi in una foresta quali Sonia non ne aveva mai viste. Alberi alti come torri si intrecciavano gli uni agli altri, coprendo quasi completamente la luce del sole. Vide pappagalli variopinti, alligatori e piante e animali mai visti.
Poi la voce disse: “Si sta avvicinando una tempesta, dobbiamo sbrigarci a salpare.”
Tornarono alla nave invisibile e presero il largo. A un tratto li videro: i pirati. Sonia ebbe un brivido di paura, ma la sua amica la rassicurò: sul vascello invisibile, nessuno avrebbe potuto vederla. Si affiancarono alla nave dei pirati, che proseguirono nelle loro faccende ignari di essere osservati. Sonia era affascinata e ogni tanto chiedeva sottovoce qualche chiarimento alla sua amica invisibile, ma lei la zittì: “Shhht, sul mare le voci corrono!”
Poi Sonia si rese conto che i pirati stavano per attaccare la nave di suo padre, ma prima che potesse dire una cosa qualsiasi la voce la rassicurò sussurrando: “Non temere, lo aiuteremo noi.”
Il vascello si portò rapidamente più vicino alla nave del Capitano Smith e, prima che gli ignari marinai si rendessero conto di quello che stava accadendo, sparò una cannonata per avvisarli del pericolo.
Il trucco funzionò. I marinai avvistarono la nave pirata e si prepararono a difendersi.
Quella battaglia, signori, fu incredibile, con il vascello invisibile che ostacolava in tutti i modi le manovre della nave pirata e i pirati che iniziavano a guardarsi intorno irrequieti, perché, come è risaputo, sono uomini molto superstiziosi.
Quando ormai sembrava che l’arrembaggio fosse inevitabile e le navi erano tutte vicinissime, però, iniziò a piovere. Una pioggia così fitta che le goccioline che rimbalzavano sul vascello invisibile lo resero perfettamente visibile. Anche le sagome delle due ragazze diventò evidente, grazie alla pioggia. Dopo un istante di sconcerto, Sonia chiese alla ragazza più o meno della sua età che riusciva a scorgere: “Ma chi sei?” Non ebbe tempo di aspettare la risposta, perché a quel punto i pirati iniziarono a urlare: “Guardate là! È il vascello invisibile! È la figlia del Pirata Barbaglossa!”
La figuretta annuì, prima di dire a Sonia: “Sì, sono la figlia di una famoso pirata, condannata a vagare per questi mari in solitudine. Almeno fino a quando non ho avuto la fortuna di trovare un’amica come te.”
Sonia guardò la sagoma della ragazza. Non la vedeva bene, ma intuiva che portava un ampio cappello da pirata e che aveva due archibugi infilati nella cintura. Il vascello era bellissimo.
Le stava offrendo la vita che aveva sempre sognato, all’avventura, per mare!
Ma poi vagò con lo sguardo fino alla nave del padre, distinguendone la figura sul ponte che puntava il cannocchiale nella loro direzione.
I pirati avevano rapidamente invertito la rotta e si stavano dileguando.
“Solo tu puoi decidere” disse la figlia del pirata.
E Sonia, dopo una lunga riflessione, rispose con sospiro: “Devo tornare da lui. Anche lui ha solo me.”
Il vascello fantasma si affiancò ancora una volta alla nave del Capitano Smith e Sonia spiccò il salto che la riportò dritta tra le braccia di suo padre.
Poi, abbracciati, osservarono il vascello invisibile che si allontanava nella pioggia, in cerca di nuovi amici. 

lunedì 12 maggio 2014

Il pozzo dei desideri

Ecco la fiba di oggi

Il pozzo dei desideri


C’era una volta un giovane re di nome Thomas l’Impavido  che non aveva più nessuno al mondo. Gli era rimasto però accanto il suo precettore, Butinor, un vecchio molto saggio e molto buono, che lo consigliava e lo guidava nella difficile arte di regnare.
Il regno del giovane re era prospero e con la guida di Butinor le cose andavano per il meglio, ma il Capitano delle guardie era un giovane molto ambizioso e con il cuore pieno di invidia.
Anche lui era solo al mondo, ma aveva dovuto farsi strada con le sue forze, senza l’aiuto di nessuno. 
La posizione di Thomas l’Impavido lo riempiva di un’invidia sorda. Quel giovane aveva più o meno la sua età e non era certo più coraggioso di lui, però era amato da tutti e guidato con affetto dal suo precettore e consigliere. Il mondo era pieno di ingiustizie, pensava rodendosi il Capitano quando si coricava nella sua branda per dormire, ma al cospetto del re e del suo consigliere si comportava sempre bene e stava attento a non far trasparire il suo livore, aspettando nell’ombra la sua occasione.
E l’occasione arrivò quando un potente mago che governava su di un regno vicino venne in visita con la proposta di creare un’alleanza tra i due regni, offrendo in sposa a Thomas la sua bellissima figlia Eleonor.
Questo era davvero troppo per il Capitano, che decise di liberarsi di Thomas e di Butinor con uno stratagemma. Approfittando della prima occasione, si avvicinò al potente mago e gli offrì un vino avvelenato, dicendogli di aver ricevuto l’incarico da Butinor di pregarlo rispettosamente di lavarsi di più, quando si presentava a corte, perché aveva un odore pestilenziale. Il mago, ovviamente, si offese e quando fu cotto a puntino il Capitano gli disse anche che, secondo Thomas l’Impavido, il mago era solo un vecchio allocco e la principessa sua figlia era tanto brutta  che avrebbe dovuto andare in giro coperta di bende.
Il mago si infuriò ancor di più, anche  per effetto del vino avvelenato che gli annebbiava la ragione e lo riempiva di rabbia, e all’istante trasformò Thomas l’Impavido in una specie di mummia coperta di bende e il suo precettore in un allocco dicendo: “Vedremo chi è l’allocco, vedremo chi è che deve andare in giro coperto!”
Il Capitano, che non aspettava altro, filò da Thomas e lo persuase che non poteva farsi vedere a corte conciato così. Poi, dicendogli che lo avrebbe portato in un nascondiglio sicuro, lo convinse a seguirlo.
Partirono di notte a cavallo, mentre l’allocco che era stato Butinor li seguiva in volo lanciando altissime strida.
Galopparono a lungo e, quando raggiunsero il luogo più lontano e desolato del regno, il Capitano disse a Thomas di smontare, poi prese il cavallo del re per le briglie e ripartì al galoppo nella notte.
Thomas   rimase così completamente solo e coperto di bende in un luogo desolato e ostile, con un allocco posato su una roccia lì vicino come unica compagnia.
In più, l’allocco non la finiva più di scuotere la testa e di lanciare strida acutissime. Ma Thomas non aveva il soprannome di Impavido per niente. Subito si fece coraggio e si diede dattorno nell’oscurità per trovare almeno un riparo per la notte.  Procedendo a tentoni e inciampando, alla fine trovò quelli che sembravano i resti di un’abitazione in rovina. Qui si accoccolò in un angolo e cadde in un sonno profondo, vegliato dall’allocco dai grandi occhi che finalmente si era zittito. E sognò una bella fanciulla che gli diceva: “Finalmente sei arrivato!”
Al mattino dopo, Thomas si rese conto di essere capitato tra le rovine di quello che doveva essere stato in passato un magnifico castello. C’erano ampi archi di pietra, resti di saloni e di scaloni di marmo  mezzo invasi dalle erbacce. Quel castello doveva essere stato mille volte più bello e lussuoso del suo! Dopo aver vagabondato per un po’ finì in un cortile al cui centro svettava un pozzo. Thomas aveva sete e gettò il secchio per trarre un po’ d’acqua, che era limpida e dolce.
Il resto del giorno lo trascorse per preparasi un pagliericcio nel luogo più riparato delle rovine, per cercare un po’ di cibo, per costruirsi un arco con cui andare a caccia e per ammassare un po’ di legna e di resina per scaldarsi al fuoco e per farsi delle torce che gli illuminassero l’oscurità della notte.
A sera era così stanco che bevve un po’ d’acqua e si addormentò di nuovo come un sasso. E di nuovo sognò la fanciulla che gli diceva: “Finalmente sei arrivato! Salvami.”
Al secondo giorno Thomas ripensò a lungo alla fanciulla del sogno. Lui l’avrebbe salvata volentieri, ma come poteva fare in quelle condizioni? Si diede ancora molto da fare, esplorò i dintorni, cacciò qualche volatile con il suo arco e di nuovo a sera bevve un po’ d’acqua e cadde in un sonno profondo. La fanciulla gli comparve di nuovo in sogno: “Finalmente sei arrivato! Salvami. Chiedi al pozzo.”
Al terzo giorno Thomas, per quanto perplesso per quei sogni, era deciso a partire presto per esplorare ancora i dintorni, ma l’allocco continuava a tirarlo verso il pozzo.
Thomas cercò di mandarlo via, ma alla fine si rassegnò e trasse un secchio d’acqua dicendo all’allocco: “Ecco, bevi. Come vorrei capire che cosa succede!” All’istante nell’acqua del secchio iniziarono a comparire delle immagini. Così Thomas poté vedere tutto quello che aveva fatto il Capitano e che la bella Eleonor in realtà non era la figlia del mago, ma una principessa che lui aveva spodestato e che teneva legata con un incantesimo.
Di nuovo Thomas sospirò: “Come vorrei tornare come ero prima e poter radunare un esercito.”
Subito le sue bende scomparvero e moltissimi guerrieri equipaggiati di tutto punto iniziarono a uscire dal pozzo.
Espresse ancora due desideri, per rendere a Butinor le sue sembianze e per scoprire che cosa succedeva al suo castello e studiare così la strategia migliore per riconquistare il suo trono e salvare la bella Eleonor.
Così fece, e una volta scacciati per sempre il perfido mago e l’ancor più perfido Capitano, sposò Eleonor e i due riportarono all’antico splendore il castello diroccato con il pozzo dei desideri, dove vissero a lungo pieni di gioia e prosperità.
     

Chissà se anche una fiaba al giorno leva il medico di torno? Io lo spero.

Gita a Feeria I - Il tempo

Gita a Feeria I – Il tempo

È passata appena una settimana da quando siamo entrati nel vivo della Disfida e di nuovo il tempo si è alterato.
Non so se per l’altra concorrente bravissima di Inchiostro Rosa è lo stesso.
Ok, lo so che in termini di logica di mercato di solito non si tessono le lodi dei propri concorrenti, ma a lei va tutta la mia ammirazione.
Sta tenendo un ritmo pazzesco, consegnando una fiaba al giorno sugli spunti senza battere ciglio, e che fiabe, poi! Belle, articolate, piene di sorprese. Mi piacciono moltissimo.
Come mi piace il lavoro di Romina Tamerici e di tante altre persone straordinarie e ricche di inventiva che sto scoprendo sul Web e che mi sorprendono un giorno dopo l’altro e mi fanno pensare: “Meno male che ci sono persone come loro!”
Più che mai sono convinta di questa iniziativa, del valore delle fiabe per riportare alla luce le parti migliori di tutti noi.
Ma non ho dimenticato la nostra “gita turistica” all’interno di Feeria.
Se ogni tanto mi assento e lascio parlare solo le fiabe è perché sto cercando anch’io i segni che ci indicano la strada.
Sentirete dire molte cose sulle fiabe e in questo percorso ne analizzeremo alcune. Esperti di psicologia, pedagogia, sociologia, creatività  e letteratura si sono interrogati nel corso del tempo sul misterioso potere delle fiabe. Al loro confronto io sono a malapena un segugio che fiuta le pista, quando ci riesce. Ma conosco abbastanza bene la strada e cercherò con queste riflessioni di portarvi il più vicino possibile al cuore pulsante di Feeria, o Fantasia.
Dicevo, il tempo. Si altera in questo modo quando siamo immersi in una qualsiasi attività artistica e, dicono gli scienziati, negli stati di meditazione profonda.
La sensazione è proprio che scorra in modo diverso, per cui il semplice concetto di “ieri” può tradursi in questo caso con “due fiabe fa”, vale a dire: un mucchio di tempo. Perché ogni fiaba, letta o scritta, ci trasforma un po’. Quindi sembra incredibile che la trasformazione sia avvenuta solo in una manciata di ore o di minuti. 
D’altra parte, mentre siamo immersi in Feeria o in una qualsiasi forma d’arte, il tempo sembra annullarsi. Non si contano le volte in cui mi sono seduta pensando “Sistemo solo un attimo questa frase” e poi è finita che ho lasciato bruciare la cena nel forno, mi sono dimenticata della telefonata che dovevo fare e altri disastri.
Questo è un concetto che troverete in tutti i grandi autori di fiabe e di Fantasy: il tempo nel regno incantato smette di scorrere secondo i parametri normali. Così, la Bella addormentata dorme per cento anni, un bambino entra nel bosco in cui gli sembra di rimanere solo un giorno e ne esce che è un vecchio canuto e così via…
Questa leggera deformazione nel modo di concepire lo scorrere del tempo mi dice che siamo sulla strada giusta.
L’altro segnale convincente sono i fulmini, ma di questo vi parlerò la prossima volta, se restate con noi.

domenica 11 maggio 2014

La bacchetta magica dei 7 desideri

FIABA DELL'11 MAGGIO

La bacchetta magica dei 7 desideri

Un grande vento aveva soffiato per tutta la notte quando Paolino scese in giardino a cercare i legnetti per costruire a sua sorella una casetta per le bambole, come le aveva promesso.
Avere una sorella più piccola non è male, ma a volte capita di perdere una scommessa e di dover fare cose un po’ strane. Come costruire una casetta per le bambole, appunto.
Per fortuna, il cielo lo aveva aiutato e quella mattina il prato era disseminato di legnetti caduti dagli alberi a causa del vento. Gli sarebbe bastato raccoglierli, poi metterli insieme con la colla dei modellini e mantenere così la parola data a Susanna.
Voleva sbrigarsi e iniziò a buttare nel sacchetto che si era portato quanti più legnetti possibile, mentre sua sorella Susanna faceva lo stesso a poca distanza.
Era piccola e ci metteva un’eternità a scegliere i più belli. Paolino cercava di non badarci e raccoglieva in fretta i rametti dal suolo. Ne raccolse anche uno che sembrava ornato da strani disegni, trovato proprio sotto un nocciolo. Non ci badò più di tanto, perché proprio in quel momento si era accorto che Susanna aveva iniziato a raccogliere margherite.
Susanna, i legnetti! la richiamò.
Ne nacque una di quelle discussioni surreali che a volte iniziava con la sua sorellina. La bambina infatti pestò i piedi, insistendo che nella sua casetta ci voleva anche le margherite.
- Vorrei davvero che le margherite si potessero usare per la casetta, le disse Paolino. – Ma di solito le margherite appassiscono, mentre i legnetti rimarranno per sempre così come sono.
Alla fine Susanna si convinse e si avviarono verso casa, con i sacchetti colmi di legnetti e, quello di Susanna, anche di margherite.
La bimba gli saltellava accanto, facendo ondeggiare il sacchetto. – Mi è venuta sete, disse infine.
- Vorrei tanto un bel bicchiere di limonata fresca
- Lo vorrei anch’io, disse Paolino soprappensiero.
Immediatamente comparve sul prato un bel vassoio con sopra due bicchieri di limonata tanto fresca da fare appannare il vetro. Paolino si guardò intorno, chiedendosi chi potesse averla messa lì. Poi immaginò che fosse stata la mamma, fece spallucce e si servì, mentre Susanna faceva lo stesso.
Dopo aver bevuto, si avviarono al tavolino sotto il pergolato di caprifogli e rovesciarono il contenuto dei sacchetti. Meraviglia! Le margherite raccolte da Susanna erano diventate rigide come legno, conservando però i colori e la forma. I bambini le osservarono a lungo, senza riuscire a raccapezzarsi. Poi Paolino, che in tutto quel tempo aveva continuato a pensare al progetto della casetta e a come doveva costruirla, iniziò a scegliere il legnetti. Erano tutti di lunghezze e grandezze diverse, gli ci sarebbe voluto un secolo per tagliarli tutti uguali. Alcuni erano anche un po’ storti.
Gli sfuggì un sospiro, mentre Susanna osservava con attenzione tutto quello che faceva e lo tempestava di domande. –Oh, insomma, sbottò alla fine Paolino, vorrei aver già finito!
All’istante i legnetti e le margherite iniziarono a comporsi da soli fino a formare una deliziosa casetta per le bambole, sotto gli occhi sbalorditi dei due bambini. Solo un legnetto non fu utilizzato, perché Paolino lo stava ancora stringendo in mano da quando lo aveva raccolto. Il rametto di nocciolo con gli strani disegni sopra. Paolino lo stava fissando incuriosito quando Susanna iniziò a strillare tutta agitata – Ho capito! È una bacchetta magica!
- Non dire sciocchezze, rispose Paolino. Però, poi, ripensandoci – Sai che forse hai ragione? Però vorrei che la smettessi di saltellare in quel modo.
La bimba si fermò all’istante e questo fece preoccupare molto Paolino. Non era mai successa prima una cosa del genere. Guardò sua sorella, poi il rametto di nocciolo. In effetti, da quando lo aveva trovato, ogni volta che diceva ”vorrei”  il suo desiderio si esaudiva all’istante. 
Ancora non del tutto convinto, agitò il rametto davanti a sé dicendo – Vorrei un forziere pieno di dobloni di cioccolato.
E paf! Ecco comparire all’istante un forziere bellissimo, proprio come quelli dei pirati, tutto pieno di dobloni di cioccolato. Solo che era comparso proprio sopra la casetta e l’aveva tutta ammaccata.
Susanna iniziò a strillare, ma lui fu svelto ad agitare nuovamente la bacchetta – Vorrei che la casetta tornasse intera.
Un altro desiderio esaudito. Paolino osservò con riverenza la bacchetta. Era effettivamente ricoperta di strani disegni e c’era una scritta con curiosi caratteri che Paolino non riusciva a decifrare.
E a quel punto commise l’errore fatale. – Vorrei riuscire a leggere quello che c’è scritto,  disse.
Immediatamente fu in grado di leggere la scritta. Diceva: “Bacchetta dei sette desideri. Questa bacchetta può realizzare solo sette desideri…”
-Oh, no! gemette Paolino contando i desideri che aveva espresso da quando la teneva in mano. Le margherite che erano diventate rigide come legno, la limona, la casetta, Susanna che aveva smesso di saltellare, il forziere, la riparazione della casetta e, l’ultimo, il desiderio di poter leggere la scritta. Proprio sette desideri. Provò a esprimere un altro desiderio agitando la bacchetta. Niente. Ci riprovò con un altro desiderio. Niente.
Aveva perso la sua occasione.
Alla fine, stizzito, gettò lontano il legnetto e si mise a giocare con il suo forziere di dobloni di cioccolato, visto che almeno quello gli era rimasto, senza accorgersi che sull’altro lato della bacchetta c’era scritto “… ogni giorno.” 







Augurissimi a tutte le mamme, a quelle che lo saranno e a quelle che lo sono nel cuore.

sabato 10 maggio 2014

L'ortica socievole

 Ecco la fiaba sullo spunto di oggi. Non so voi, ma noi iniziamo davvero a divertirci.
Vi ricordo che potete leggere le fiabe degli altri concorrenti, votare le fiabe e gli spunti preferiti o suggerire nuovi argomenti per le fiabe sulla pagina facebook La Disfida delle Fiabe.
La sfida è aperta a tutti. 



L’ortica socievole

Un prato in tarda primavera è un luogo affollato di vita, anche se non tutti se ne accorgono.
Pratoline dai petali arrossati, le ultime primule, le tonde foglie di piantaggine, soffioni di dente-di- leone e tutto un germogliare di nuova vita che si prepara alla bella stagione.
Così, in tutto questo trambusto, può succedere (e succede) che un germoglio di un bel verde chiaro spunti dal terreno, cresca svolgendosi pian piano, spalanchi le sue foglie e… nasca così una gloriosa pianta di ortica.
Almeno così si sentiva quel giorno la giovane ortica Pungetta, mentre si dondolava nella brezza e spalancava per bene le sue prime quattro foglioline.
- Che gran bella giornata per nascere! sospirò Pungetta guardandosi intorno.
Confrontandosi con le altre, vide che era già una tra le piante più alte del prato e ne fu orgogliosa. Certo Madre natura deve avere grandi progetti, per me, se mi ha fatta così alta e slanciata, si compiaceva la giovane ortica, un po’ stupita dell’aria diffidente con cui la guardavano le altre piantine del prato.
Dopo qualche istante, decise che dovevano essere invidiose e non ci badò più. Il mondo era troppo pieno di cose interessanti da scoprire!
Il prato in cui era nata Pungetta era molto grande e ben curato, con vialetti di terra battuta, piante fiorite e splendidi, altissimi alberi. C’erano maestose querce, eleganti salici e slanciati pioppi che svettavano – così pareva a Pungetta – fino al cielo.
 A un tratto si avvicinò un bambino, che raccoglieva diligente margheritine da regalare alla mamma. E raccogli, raccogli, si avvicinò anche a Pungetta, che si tirò su il più possibile per farsi notare pensando Di certo vorrà prendere anche me per il suo mazzolino. Non vedo l’ora di fare amicizia con lui.
In effetti, il bambino si avvicinò ma, non appena sfiorò le foglie di Pungetta, il visino si contorse in una smorfia di dolore, gettò a terra le margheritine e corse dalla mamma piangendo.
L’ortica ci rimase un po’ male, ma poi pensò che a quel bimbo, forse, era venuto male al pancino. Sì, di certo doveva essere così, decise Pungetta riprendendo a guardarsi intorno. Ed ecco arrivare un bel gattino grigio, con il musetto e la punta delle zampine di un bianco candido. Si avvicinava spavaldo come solo le creature molto giovani sono e Pungetta lo trovò subito molto simpatico. Lo salutò con le foglioline cercando di farsi notare. Ehi, bel gattino, sono qui. Vieni a giocare con me?
Il gattino, a dire il vero, non sembrava molto interessato all’ortica. Stava osservando con molta  attenzione un uccellino che saltellava becchettando li intorno. Alla fine si acquattò, muovendo la coda nervoso e d’un colpo si lanciò in avanti, finendo con il musino e la bocca aperta proprio su Pungetta, mentre l’uccellino prendeva rapido il volo.
Ma anche il gattino fece un balzo indietro, gettando un alto lamento prima di allontanarsi in tutta fretta.
Di nuovo l’ortica ci rimase male e quando un petalo profumatissimo le si posò su una foglia sollevò lo sguardo e rimase incantata. Non si era accorta di essere spuntata proprio sotto un bellissimo glicine, tutto pieno di fiori profumati.
Il glicine rise di lei. – Che cosa credevi, povera sciocchina? Non lo sai che le ortiche pungono e nessuno le vuole toccare? Sei un’erbaccia, tu. Io sì che sono amato da tutti. Guarda che bei fiori che ho. Senti che profumo…
In effetti, il glicine era bellissimo e aveva uno splendido profumo.
Mogia mogia, Pungetta si rassegnò a essere una pianta detestata da tutti e destinata a rimanere sola. Con il passare dei giorni, iniziò a temere il momento in cui qualcuno le si avvicinava, perché sapeva che avrebbe finito per fuggire urlando di dolore.
Continuava a crescere, però, anche se avrebbe preferito rimanere più vicino al terreno, dove avrebbe fatto meno danni. Il glicine iniziò a sfiorire, i soffioni a sfaldarsi, e lei diventava sempre più alta.
E poi, un giorno, arrivò un vecchietto con le mani coperte da guanti. Trascurò le margherite, non degnò di uno sguardo i dente-di-leone ormai tutti spampanati, lanciò a malapena un’occhiata distratta al glicine, ma si illuminò di gioia vedendo Pungetta!
L’ortica si guardò intorno. Ma c’era solo lei, in quell’angolo di prato. Il vecchietto si avvicino, tagliò con cura lo stelo e lo ripose delicatamente in un cestino, per poi allontanarsi fischiettando. Vi immaginate quanto fu stupita? - Meno male che ti ho trovata, cara piantina -  disse l’uomo posandola sul tavolo, una volta giunto a casa. – Il dottore mi ha raccomandato di farmi un rimedio per curarmi con i tuoi steli e le tue foglie, perché sei piena di buone cose. Grazie a te, io potrò di nuovo stare bene!
Pungetta, così, diventò nientemeno che una medicina. Una medicina bella e verde che faceva star bene la gente, mentre quando era una piantina faceva soffrire tutti.
Vedete voi se non è strana la vita!