sabato 29 novembre 2014
Tenerezza di cuore
Tenerezza di cuore
Era già buio da un pezzo, in quella sera di novembre, ma il lavoro di Miriel non era ancora finito.
Si pensa che la vita delle streghe sia un po’ più facile di quella degli altri esseri umani, ma di sicuro non era quello che pensava Miriel, stipata nella metropolitana, mentre guardava ansiosamente l’orologio.
Doveva arrivare al negozio prima della chiusura, per ritirare certe erbe che erano state spedite apposta per lei dall’altro capo del mondo.
L’indomani c’era il convegno annuale delle streghe e avrebbe dovuto lavorare tutta la notte per preparare il suo intervento.
Era importante, perché si trattava di una specie di esame per essere ammessa ufficialmente nella congrega. E poi c’era l’albero di Yule ancora da preparare e gli incantesimi per la luna nuova e quelli per le molte persone in cui si imbatteva e che decideva di aiutare…
Per questo, quando riemerse all’aperto salendo i gradini a due a due e la vide, il primo impulso fu quello di voltarsi dall’altra parte.
Ma non lo fece, naturalmente.
Per essere una strega, Miriel aveva un cuore straordinariamente tenero e questo finiva sempre per cacciarla nei guai.
La bambina si guardava intorno nella piazza affollata.
Indossava stivaletti un po’ troppo grandi e un cappottino da cui sbucava un pezzo di gambotte senza calze. Il visino era tutto raggrinzito in quell’espressione che nei bambini precede immancabilmente il pianto.
Miriel si guardò velocemente intorno. La folla vorticava, indifferente.
Si avvicinò alla bimba.
«Ti sei persa?»
La piccola fece cenno di sì con la testa, tirando su col naso.
“Ok,” pensò Miriel. “Di certo verranno a cercarla.”
Dopo essersi guardata intorno, fece apparire rapidamente un batuffolo di zucchero filato e si rivolse di nuovo alla bambina: «Ti va se aspettiamo insieme che tornino a prenderti?»
Un altro cenno di assenso e già le manine si protendevano verso quel dolce inaspettato.
Sedettero sul basamento di una statua, la bimba indaffarata con lo zucchero filato e la strega intenta a scrutare la folla. Si aspettava di vedere arrivare da un momento all’altro una mamma in preda all’ansia o un papà che si guardava intorno accigliato.
Non successe niente di simile.
Tra un boccone di zucchero e l’altro, la bambina la informò di chiamarsi Ester e di aver perso la zia proprio appena salite le scale della metropolitana.
Ma chi poteva essere così incosciente da perdersi una bambina così piccola?
Passarono forse un paio d’ore così, in attesa.
La piazza adesso era più tranquilla. I negozi erano ormai chiusi e i passanti si erano fatti più radi.
Con un incantesimo, Miriel aveva reso più caldo l’angolino in cui si erano sedute, ma adesso la piccola ciondolava, come se rischiasse di cadere addormentata da un momento all’altro.
Miriel chiuse gli occhi e allargò il più possibile i suoi sensi di strega, per cercare tra i pensieri delle persone l’ansia per una bimba smarrita.
Non trovò niente di simile.
Intanto Ester si era addormentata con la boccuccia aperta, appoggiata alle sue ginocchia.
Miriel sollevò gli occhi e chiamò silenziosamente un gufo suo amico. Zampetto ci mise un po’ ad arrivare, ma era un amico fedele, e arrivò.
Miriel lo pregò di rimanere di guardia, per vedere se fosse arrivato qualcuno in cerca di una bambina e di avvisarla immediatamente in caso di novità. Zampetto volò immediatamente sulla testa della statua e da lì prese a scrutare la piazza, impettito come un generale.
La strega era sicura di aver fatto tutto il possibile e si rialzò. Sollevò delicatamente la bimba addormentata e discese con cautela i gradini della metropolitana.
Una volta a casa, le tolse gli stivaletti e il cappotto e l’adagiò nel letto della camera degli ospiti.
Poi si mise al lavoro. Usò tutti gli strumenti di cui disponeva per cercare la famiglia di quella bimba sperduta, senza successo.
Persino la sfera di cristallo le mostrò solo una fitta nebbia, come quella che si era levata all’improvviso fuori dalle finestre.
Si addormentò al suo tavolo alle prime luci dell’alba, mentre il pensiero di poter chiedere in poche ore l’aiuto di streghe ben più esperte e abili di lei le aleggiava nella mente esausta.
La svegliò un raggio di sole che entrava insieme all’aria fredda dalla finestra del terrazzo spalancata.
Ester, senza cappotto, era intenta a conversare e a dividere un dolce con un uccellino dal petto rosso. Si era infilata un fiore nei capelli e sembrava perfettamente felice e a suo agio.
«Per tutte le salamandre…» si fece sfuggire Miriel osservandola.
Per prima cosa chiamo a rapporto Zampetto, ma il gufetto dagli occhi spalancati la informò che nessuno aveva cercato la bimba. In ogni caso suo cugino gli aveva dato il cambio e si trovava ancora di guardia in cima alla statua.
Non restava che chiedere aiuto alla congrega delle streghe.
In un lampo Miriel fu pronta a balzare sulla sua scopa per andare al convegno.
Per quanto si fosse esercitata, non era ancora molto abile nel volo e non aveva mai volato con una bambina in braccio.
Non stupisce quindi che fosse assai scarmigliata quando finalmente fece il suo ingresso, in spaventoso ritardo, al convegno annuale delle streghe.
Cercando di darsi un tono, avanzò fino al centro della sala, tenendo Ester per mano.
Si rivolse direttamente alla strega più autorevole di tutte, la Saggia Eve, che sedeva al centro delle streghe più anziane e irradiava autorevolezza.
Miriel si schiarì la gola.
«Mie care sorelle» esordì. Ma la vocetta esile si levò al suo fianco: «Ciao zia!»
La Saggia Eve si protese un po’ in avanti prima di rispondere: «Oh, ciao Ester. Hai dormito bene?»
Miriel continuava a passare lo sguardo da una all’altra, quando la Saggia Eve si rivolse a lei.
«Mi dispiace, mia cara, ma la natura della prova finale deve rimanere segreta. Specialmente per le nuove ammissioni alla congrega. A quanto pare la piccola Ester ha deciso in tuo favore. Devo dire che ti sei comportata molto bene, anche se forse si può migliorare un po’ la tua tecnica di volo…»
Emozioni diverse iniziarono a giocare all’autoscontro dentro il petto di Miriel.
C’erano sollievo, rabbia, apprensione e molto altro, che cozzavano le une contro le altre. Ma alla fine il sollievo ebbe la meglio e la giovane strega sorrise a Ester: «Mi hai giocata, streghetta.»
La bimba le rispose con il più soave dei sorrisi, prima di andarsi ad arrampicare in braccio alla Saggia Eve.
Non rimaneva che festeggiare, e lo fecero. Vi posso assicurare che lo fecero.
Come sempre, l'argomento è stato scelto in base agli spunti più votati sulla pagina FB.
Buona notte, buone fiabe.
sabato 22 novembre 2014
La fiaba di questo fine settimana è dedicata alle meravigliose amiche creative del gruppo "Piacere di conoscerti".
I doni di Gioia
C’era una gran silenzio, quella sera.
Guardando fuori dalla finestra, Gioia osservò le lanterne che brillavano nella neve, caduta copiosa per tutto il giorno.
Le sembrava di essere caduta in un biglietto d’auguri, tanto tutto era bello e magico. E silenzioso. Come se il tempo si fosse fermato. Si riscosse con un sospiro e tornò al suo lavoro.
Le piaceva dedicarsi ai lavori creativi. Sapeva fare di tutto; ricami raffinati, soffici lavori a maglia, dipinti, restauro di mobili… Quando era immersa nei suoi lavori, la mente taceva e si sentiva tranquilla e felice.
Il lavoro di quella sera erano soffici pantofole di lana che stava preparando per la sua cara amica, come regalo di Natale. Poco più in là, un vecchio sgabello aspettava con pazienza di essere rimesso a nuovo e ornato dal ricamo preparato con pazienza e quasi ultimato…
Nel cestino da lavoro attendevano fili colorati di ogni colore e lane e feltri e perline…
Gioia terminò le pantofole prima di rendersene conto. Soddisfatta, le ripose con cura nella scatola che ornò di nastri colorati.
Un regalo era pronto.
Era ancora presto, quindi si dedicò allo sgabello e al suo ricamo.
Anche quello fu pronto in un batter d’occhio.
E poi fu il turno delle ghirlande per ornare le porte, dei calendari ricamati, delle sciarpe delicate, dei fermaporta a forma di soffici coniglietti, con tanto di vaporosi fiocchi al collo.
Gioia smise di pensare e a un certo punto si guardò intorno stupita. Addossati alle pareti, tutti i lavori che aveva pianificato per il mese era completati e sembravano illuminati da uno strano bagliore.
E la sera non era ancora finita.
Ogni dono trovò posto in una bella scatola e infine Gioia, stanca e soddisfatta, decise di andare a dormire.
Non avrebbe potuto fare altro, in ogni caso.
Aveva finito tutti i materiali che aveva in casa.
Al mattino guardò perplessa la montagna di pacchetti che ingombrava il soggiorno. Come era riuscita a terminare tutto in una sola sera?
Visto che aveva tempo, decise di iniziare a consegnare i suoi doni.
La prima visita fu per l’amica delle pantofoline. La trovò rabbuiata per alcuni problemi familiari, ma accetto di buon grado il dono e la salutò con un bel sorriso.
E così Gioia continuò, nei giorni seguenti, a camminare nella neve per consegnare i suoi doni.
Dapprincipio non voleva crederci, ma chi era triste o preoccupato dopo averli ricevuti sembrava più felice e sollevato.
Con il passare dei giorni, diventò evidente che i doni di Gioia avevano la capacità di portare serenità e gioia ovunque arrivassero.
Inoltre, quando si metteva al lavoro, di sera, per preparare un nuovo dono, immancabilmente finiva in un lampo.
Alla fine ogni persona del paese ebbe il suo dono, persino il panettiere un po’ sgarbato e lo spazzacamino sempre immusonito.
Ovunque si guardasse, si trovavano solo persone felici e sorridenti.
Fu un Natale memorabile, quello.
E la mattina di Natale Gioia trovò davanti alla sua porta un mucchio di doni inaspettati, accompagnati di biglietti affettuosi da parte di tutti quelli che avevano ricevuto i doni di Gioia.
Li portò tutti accanto al camino e li lesse con cura, sorridendo.
Alla fine, si accorse di una piccola scatola senza biglietto. Non aveva proprio idea di chi l’avesse consegnata.
Conteneva un ciondolo con una pietra che brillava come una stella. Rigirandosi l’oggetto tra le mani, Gioia notò una piccola incisione sul retro della pietra. Diceva: “Al prossimo anno.”
Da allora, ogni anno ebbe il dono di portare gioia a tutti, onorando così il suo nome e lo spirito del Natale, e indossò sempre il suo ciondolo misterioso, ben nascosto sotto i maglioni invernali, senza arrivare mai a scoprire chi fosse il misterioso donatore…
Buonanotte. Buone fiabe a tutti.
sabato 15 novembre 2014
La tigre
Dopo la più lunga serie di ricadute influenzali della storia, finalmente una fiaba.
La tigre
Il villaggio di C. era appena un gruppuscolo di case sparse in mezzo ai boschi, ma persino lì era giunta notizia della pericolosa tigre che infestava la zona.
Si diceva che potesse assumere sembianze umane e che fosse abilissima a intessere lusinghe per confondere la mente.
Nella casa più isolata di tutte, oltre il crinale della collina, viveva una donna. Non più giovane e non ancora vecchia, si sosteneva preparando rimedi di erbe e raccogliendo quello che la terra le offriva o che lei stessa coltivava nel piccolo campo vicino alla casa.
Pur essendo gentile con tutti, non si legava in particolare a nessuno e quindi si stupì, in quella notte di pioggia, sentendo bussare all’uscio.
Sulla soglia c’era una ragazza avvolta in un abito che sembrava fatto di paglia, fradicia fino all’osso e con un’aria implorante.
- Vi prego, datemi riparo- la pregò mentre i rivoli di pioggia le colavano dai capelli sul visetto smunto.
La donna la fece entrare senza pronunciare una sola parola. Le indicò la stuoia accanto al fuoco e poco dopo le porse una coperta e una ciotola piena di minestra fumante.
La ragazza ringraziò e divorò la minestra, dopo essersi tolta la strana copertura di paglia e essersi avvolta ben bene nella coperta.
Aveva mani graziose, notò la donna. Con piccole unghie appuntite.
Dopo aver mangiato, la ragazza si accoccolò accanto al fuoco e si addormentò di schianto, come una bestiola esausta.
La donna riattizzò il fuoco, si avvolse anche lei in una coperta e sedette lì vicino, con la schiena appoggiata alla parete.
Ascoltava il rumore della pioggia sul tetto e il respiro regolare della ragazza addormentata.
Passarono le ore.
Il fuoco si spense e la stanza rimase avvolta nell’oscurità, mentre fuori la pioggia continuava a scrosciare.
Nel bel mezzo nella notte, però, ecco risuonare un ringhio sommesso.
La donna rispose con un ringhio a sua volta.
E poi, inaspettatamente, la voce della ragazza.
- Che cosa mi hai fatto?
- Niente di più di quello che è stato fatto a me, figlia mia – rispose la donna senza muoversi.
- Ma io conosco questa voce!
- Per questo, figlia mia, non ti ho parlato prima.
- Che cosa mi hai fatto, madre mia?
- Ti ho dato le stesse erbe che la strega che abitava qui diede a me, tanti anni fa. Ora sei umana, figliola. Nel bene e nel male, sei umana e lo resterai.
- Perché mi infliggi questa condanna?
- Perché con il tempo ho capito che non è una condanna, ma un dono. Smetterà la voglia di dilaniare e aggredire, col tempo. E gli esseri che incontrerai sul tuo cammino non saranno più prede, per te, ma amici, compagni di viaggio. Non più dovrai vagare da sola, guardandoti dagli uomini. Potrai camminare a testa alta in mezzo a tutti, senza timore per nessuno.
- Ma io ero una belva orgogliosa! Non dovevo temere nessuno, a parte gli uomini.
- Appunto - rispose la donna, levandosi a osservare la prima luce dell’alba.
- Appunto.
La tigre
Il villaggio di C. era appena un gruppuscolo di case sparse in mezzo ai boschi, ma persino lì era giunta notizia della pericolosa tigre che infestava la zona.
Si diceva che potesse assumere sembianze umane e che fosse abilissima a intessere lusinghe per confondere la mente.
Nella casa più isolata di tutte, oltre il crinale della collina, viveva una donna. Non più giovane e non ancora vecchia, si sosteneva preparando rimedi di erbe e raccogliendo quello che la terra le offriva o che lei stessa coltivava nel piccolo campo vicino alla casa.
Pur essendo gentile con tutti, non si legava in particolare a nessuno e quindi si stupì, in quella notte di pioggia, sentendo bussare all’uscio.
Sulla soglia c’era una ragazza avvolta in un abito che sembrava fatto di paglia, fradicia fino all’osso e con un’aria implorante.
- Vi prego, datemi riparo- la pregò mentre i rivoli di pioggia le colavano dai capelli sul visetto smunto.
La donna la fece entrare senza pronunciare una sola parola. Le indicò la stuoia accanto al fuoco e poco dopo le porse una coperta e una ciotola piena di minestra fumante.
La ragazza ringraziò e divorò la minestra, dopo essersi tolta la strana copertura di paglia e essersi avvolta ben bene nella coperta.
Aveva mani graziose, notò la donna. Con piccole unghie appuntite.
Dopo aver mangiato, la ragazza si accoccolò accanto al fuoco e si addormentò di schianto, come una bestiola esausta.
La donna riattizzò il fuoco, si avvolse anche lei in una coperta e sedette lì vicino, con la schiena appoggiata alla parete.
Ascoltava il rumore della pioggia sul tetto e il respiro regolare della ragazza addormentata.
Passarono le ore.
Il fuoco si spense e la stanza rimase avvolta nell’oscurità, mentre fuori la pioggia continuava a scrosciare.
Nel bel mezzo nella notte, però, ecco risuonare un ringhio sommesso.
La donna rispose con un ringhio a sua volta.
E poi, inaspettatamente, la voce della ragazza.
- Che cosa mi hai fatto?
- Niente di più di quello che è stato fatto a me, figlia mia – rispose la donna senza muoversi.
- Ma io conosco questa voce!
- Per questo, figlia mia, non ti ho parlato prima.
- Che cosa mi hai fatto, madre mia?
- Ti ho dato le stesse erbe che la strega che abitava qui diede a me, tanti anni fa. Ora sei umana, figliola. Nel bene e nel male, sei umana e lo resterai.
- Perché mi infliggi questa condanna?
- Perché con il tempo ho capito che non è una condanna, ma un dono. Smetterà la voglia di dilaniare e aggredire, col tempo. E gli esseri che incontrerai sul tuo cammino non saranno più prede, per te, ma amici, compagni di viaggio. Non più dovrai vagare da sola, guardandoti dagli uomini. Potrai camminare a testa alta in mezzo a tutti, senza timore per nessuno.
- Ma io ero una belva orgogliosa! Non dovevo temere nessuno, a parte gli uomini.
- Appunto - rispose la donna, levandosi a osservare la prima luce dell’alba.
- Appunto.
sabato 11 ottobre 2014
Ecco la fiaba per il fine settimana. per l'immagine, devo ringraziare Il Castello di Avalon, che ha inondato il web di splendidi fiori.
La Terra dei Fiori Blu
Stefania guardava fuori dalla finestra, in quel pomeriggio piovoso, e si annoiava.
I pomeriggi piovosi possono essere deprimenti, quando hai solo nove anni e sei a casa della nonna, senza niente di bello da fare.
La nonna si avvicinò e si mise a guardare fuori anche lei.
Sospirarono all’unisono.
- Questa giornata mi ricorda tanto quella in cui visitai la terra dei Fiori Blu – disse la nonna disegnando un cuoricino col dito sul vetro appannato, subito imitata da Stefania.
- Dov’è? – chiese la bimba aggiungendo un altro cuoricino.
- Oh. Nessuno lo sa. Ero una bambina come te, a quei tempi. Un giorno, stavo vicino alla finestra a guardare la pioggia e la vidi. Una creatura bellissima, leggera, che sembrava fatta di gocce di pioggia. Stava seduta sul ramo di un albero che si vedeva benissimo dalla mia finestra.
- Un albero come quello? – volle sapere Stefania.
- Sì. Proprio come quello. La strana creatura mi fa un cenno, e io apro la finestra. Entrò in casa. La sua sola presenza illuminava la stanza. Aveva ali leggere e trasparenti. Mi strizza l’occhio, mi prende per mano e ci solleviamo in volo.
- E poi?
Adesso la bimba stava disegnando sul vetro il contorno del ramo che vedeva dalla finestra, completamente assorta nel racconto.
- Non avevo paura. In un batter d’occhio mi trovo in cima a una collina che scende dolcemente fino al mare e il terreno è completamente ricoperto di bellissimi fiori blu.
- Che fiori erano?
- Non l’ho mai scoperto. Fiori come non ne esistono da nessuna parte. La creatura alata mi sorride, e io mi metto a correre e a raccogliere un bel mazzo di quei fiori. Lì non pioveva, sai, c’era un bel sole. Poi mi siedo accanto alla fata (perché mi sa proprio che era una fata) e lei in un istante intreccia due bellissime ghirlande che ci mettiamo sulla testa. Sembravamo proprio due regine. Poi mette i fiori avanzati in un’ampollina di vetro decorata in argento, fa un gesto con la mano e all’interno c’è un liquido blu, luminoso come una notte di luna piena.
Orami sul vetro della finestra, accanto ai cuoricini disegnati con le dita, erano comparsi i rami intricati di un albero, con qualche uccellino posato e fiori. Seduta sul ramo, una figura alata.
La nonna proseguì il suo racconto.
- La fata mi consegna l’ampolla, poi mi prende per mano e mi riporta in volo fino a casa. Io mi ritrovo esattamente dietro la finestra, e fuori piove. penso di aver sognato, ma ho ancora in mano la bottiglietta con il liquido blu. La apro con cautela e…
- Non, nonna. Non ti fermare. Dove stai andando?
La nonna le fece cenno di pazientare e andò a frugare in un cassetto.
- Ma dove l’avrò messa? Ah, eccola qui. Guarda tu stessa.
Con queste parole porse a Stefania un bottiglietta minuscola, contenente un poco di liquido blu che sembrava vibrare di luce.
- Coraggio. Prova. – la incoraggiò la nonna.
Stefania sollevò con cautela il coperchio e si accorse che c’era uno stelo con un cerchio in fondo, come quelli per le bolle di sapone. Se lo avvicinò alle labbra e provo a soffiare.
Ne uscì una bolla di sapone con riflessi blu, grande e perfetta. Ma all’interno della bolla si vedeva chiaramente una fata seduta su un ramo che salutava con la mano.
La bolla si sollevò in alto, in alto, mentre la bambina non la perdeva di vista, affascinata. Poi scoppiò.
Stefania subito ne soffiò un’altra. Dentro a questa vide una collina coperta di fiori blu e una bambina in abiti antiquati che li raccoglieva.
Così, una bolla dopo l’altra, la bimba vide svolgersi sotto ai suoi occhi la storia che la nonna le aveva appena raccontato.
Quando arrivò all’ultima scena si avvide che il liquido blu era quasi finito e richiuse il coperchio in silenzio.
- Non ti preoccupare- le disse la nonna con una lieve carezza sulla guancia. – Sembra sempre finito, ma ce n’è sempre abbastanza per un’altra giornata di pioggia…
Ormai scendeva la sera e non si vedeva quasi più nulla. Ma, appena prima che calasse il buio, Sefania ebbe l’impressione di vedere una figura lieve, seduta sul ramo, che la salutava con la mano.
giovedì 2 ottobre 2014
Dov'era finita la cantafiabe?
Dov’era finita la cantafiabe?
Un po’ di silenzio, c’è stato.
Stavo riordinando le idee e facendo bilanci. Sono passati ormai sei mesi dal fatidico corso be.a.blogger con Chiara Maci e ricordo che ci aveva suggerito di porci obiettivi semestrali, da raggiungere sempre.
Allora bilanci e progetti. Sentire le compagne di corso, per sapere che cosa succede.
Curare le bozze della prima fiaba pubblicata in un’antologia (la trovate su www.giardinodellefate.wordpress.com) e riordinare le emozioni. È stato bello esserci, sapere che la fiaba - la mia fiaba - era stata scelta per la pubblicazione tra tante altre e fare parte di un progetto insieme a persone fantastiche. È stato bello l’impegno per portare un po’ di magia e di fantasia in un mondo che se le sta perdendo per strada.
Sarete voi a giudicare se, almeno un po’, ci siamo riusciti.
E poi, nuovi progetti.
Un blog nuovo di zecca, inaugurato proprio oggi, perché è il giorno dedicato agli angeli custodi e spero che porti fortuna.
E infine, sullo sfondo, il lavoro incessante del Tai Chi e la ricerca di equilibrio tra cuore, mente e istinto.
Sembra facile, detto così.
Invece succede spesso che la mente vuole andare da una parte, ma il cuore o l’istinto non ci stanno. O che si scambino le parti.
È un’arte strana, da seguire. Quando funziona, però, è davvero una magia. E allora può succedere di passeggiare in un parco, in un bel pomeriggio di ottobre e di incontrare una farfalla stupenda che gentilmente si posa su una foglia e si presta a fare da modella. muovendo appena le ali.
E all’improvviso sembra che tutto intorno sussurrino le fate, che la magia e l’armonia siano ovunque, solo che a volte ci dimentichiamo come si fa a vederle.
Ma oggi le ho viste, quindi è stato un buon giorno. A cui spero seguirà una buona notte, popolata di fiabe.
Buonanotte. Buone fiabe.
Un po’ di silenzio, c’è stato.
Stavo riordinando le idee e facendo bilanci. Sono passati ormai sei mesi dal fatidico corso be.a.blogger con Chiara Maci e ricordo che ci aveva suggerito di porci obiettivi semestrali, da raggiungere sempre.
Allora bilanci e progetti. Sentire le compagne di corso, per sapere che cosa succede.
Curare le bozze della prima fiaba pubblicata in un’antologia (la trovate su www.giardinodellefate.wordpress.com) e riordinare le emozioni. È stato bello esserci, sapere che la fiaba - la mia fiaba - era stata scelta per la pubblicazione tra tante altre e fare parte di un progetto insieme a persone fantastiche. È stato bello l’impegno per portare un po’ di magia e di fantasia in un mondo che se le sta perdendo per strada.
Sarete voi a giudicare se, almeno un po’, ci siamo riusciti.
E poi, nuovi progetti.
Un blog nuovo di zecca, inaugurato proprio oggi, perché è il giorno dedicato agli angeli custodi e spero che porti fortuna.
E infine, sullo sfondo, il lavoro incessante del Tai Chi e la ricerca di equilibrio tra cuore, mente e istinto.
Sembra facile, detto così.
Invece succede spesso che la mente vuole andare da una parte, ma il cuore o l’istinto non ci stanno. O che si scambino le parti.
È un’arte strana, da seguire. Quando funziona, però, è davvero una magia. E allora può succedere di passeggiare in un parco, in un bel pomeriggio di ottobre e di incontrare una farfalla stupenda che gentilmente si posa su una foglia e si presta a fare da modella. muovendo appena le ali.
E all’improvviso sembra che tutto intorno sussurrino le fate, che la magia e l’armonia siano ovunque, solo che a volte ci dimentichiamo come si fa a vederle.
Ma oggi le ho viste, quindi è stato un buon giorno. A cui spero seguirà una buona notte, popolata di fiabe.
Buonanotte. Buone fiabe.
mercoledì 1 ottobre 2014
Le coccinelle con l'ombrello
Eccoci!
Vi spiegherò domani il perché del mio silenzio degli ultimi tempi ma, intanto, una fiaba.
Le coccinelle con l’ombrello
Era un’estate piovosa. Piovosa come non se ne ricordavano.
Uomini e animali si lamentavano di quel tempo impietoso che li costringeva a trascorrere lunghi giorni rintanati al chiuso a masticare noia.
- Ma smetterà mai di piovere? si chiedevano i ragni costruendo ragnatele inutili, i bambini guardando gli ombrelloni chiusi sulla spiaggia, gli uccellini nel nido che rimandavano ormai da troppo tempo il loro primo volo.
Continuava a regnare il buonumore, invece, nella casetta di Madame Coccinella e dei suoi bambini. Lì, mentre una bella torta cuoceva nel forno, i coccinellini si divertivano con mille giochi diversi.
Un po’ giocavano al tiro a segno uno sulla schiena a puntini dell’altro, un po’ giocavano a mimetizzarsi (il che non era facile dato il colore rosso acceso), un po’ leggevano libri di fiabe. Ma i giorni passavano, la pioggia non cessava e i giochi consueti ormai iniziavano a venire un po’ a noia.
Prima che la situazione peggiorasse, Madame Coccinella decise di che era tempo di fare una gita.
- Una gita? Ma piove! provarono a ribattere i piccoli.
- Ebbene, che piova! rispose senza scomporsi la mamma, mentre un grande sorriso le si disegnava sul musetto furbo.
- Ho giusto avuto un’idea…
La vecchia macchina da cucire fu messa all’opera, mentre una bella foglia lucida di magnolia veniva faticosamente portate in casa.
– Su, svelti! sollecitava Madame, sfregandosi le zampette.
In men che non si dica, ecco confezionati tanti splendidi ombrellini tutti verdi e lucenti.
- E adesso, in marcia!
I ragni smisero di tessere le loro tele per osservare la famigliola, tutta felice e baldanzosa, che se ne andava a spasso per il prato con quegli strani arnesi.
Ragno Chinotto, che giustappunto stava appeso a riposarsi in un angolo della cucina, rimase tanto sorpreso che ruzzolò dritto nella farina. Ne uscì tutto bianco come una spuma di birra e da quel giorno diventò noto a tutti come Ragno Spuma.
Per fortuna, aveva un buon carattere e non se la prese.
Le coccinelle in fila indiana continuavano la loro marcia, su e giù per i fili d’erba del giardino, e poi con decisione sui rami più bassi della robinia che, vedendo quello spettacolo, iniziò a ridere a più non posso. Avete mai visto una robinia ridere? No? È proprio da non perdere. Le foglioline leggere e i fiori bianchi si scuotono tutti, tanto che alla fine, invece di una albero, sembra di vedere solo una cascata bianca e verde di leggera allegria.
E le coccinelle su su per i rami, quasi impettite con i loro ombrellini ben alti sulla testa.
- Basta, basta. Per carità! implorò infine la robinia.
- Vi regalo volentieri uno dei miei fiori per cappellino. Uno a ciascuno di voi. Basta che scendiate.
E così fu fatto. A ogni coccinella fu regalato un bel fiore, che messo sul capino faceva una gran bella figura. Ma di mollare gli ombrellini, le coccinelle non ne vollero proprio sapere. Saltarono giù dai rami della robinia, spalancando le alucce.
Solo che gli ombrellini le facevano ruotare in modo strano, tanto che giunsero a terra ridendo come matte e vorticando come i semi degli aceri.
Gli uccellini, per guardare quello spettacolo, si sporsero tanto dal nido che ruzzolarono giù anche loro e finalmente provarono l’ebbrezza del primo volo.
Anche i bambini, visto quell’insolito spettacolo, uscirono in giardino sotto la pioggia fine per giocare con le pozzanghere e fare torte di fango.
Fu un pomeriggio pieno di risate e di allegria, quello. Tanto che la pioggia, alla fine, si mise a ridere anche lei e lasciò spazio a un bellissimo arcobaleno.
I giorni di brutto tempo erano finiti, ma l’estate no e tanti altri bei giochi attendevano la famiglia di coccinelle, che però continuò a conservare gli ombrellini dietro alla porta, perché non si sa mai…
giovedì 11 settembre 2014
Il Lago dei Desideri
Il Lago dei Desideri
C’era una volta, tanto tempo fa, una fata insoddisfatta che si chiamava Selenia.
Soffriva d’insonnia, poverina, e di notte vagava irrequieta nei boschi, chiedendosi che cosa le mancasse per essere felice.
Il suo migliore amico era il draghetto Spiffero, che spesso l’accompagnava nei suoi vagabondaggi notturni.
«Ma insomma, che cosa vorresti?» le chiedeva spesso il draghetto, un po’ esasperato.
Ma Selenia non lo sapeva nemmeno lei e così, una notte, Spiffero la guidò fino a un bellissimo lago tranquillo, che scintillava sotto la luna.
«Che posto è mai questo?» chiese la fata impressionata dalla bellezza del luogo.
«Questo è il Lago dei Desideri. Qui si arriva solo nelle notti di luna piena e la notte non trascorre fino a quando non si è espresso almeno un desiderio. Rimarremo qui fino a quando non avrai capito che cosa ti manca per essere felice e poi non ne parleremo più.»
«Ma quanti desideri posso esprimere?»
«Dopo il primo, il tempo riprende a scorrere normalmente e bisogna allontanarsi prima dell’alba. Ma fino a quel momento puoi esprimere tutti i desideri che vuoi.»
La fata batté le mani contenta e si accomodò sulla riva, ragionando tra sé e sé.
Che cosa avrebbe potuto chiedere? Voleva pensarci proprio bene.
Interrogò il suo cuore.
Le sarebbe piaciuto proprio tanto chiedere la felicità per tutte le creature del mondo.
“Così,” pensava, “potrei imparare come essere felice osservando gli altri.”
In quel momento un coniglietto del colore della luna le passò saltellando vicino. Così si rese conto di essere già circondata da creature felici. E poi capì anche che, senza nessuna traccia d’infelicità, anche la felicità avrebbe perso sapore. “Non si può comprendere la luce, se non si conosce il buio,” ragionava la fata.
Avrebbe potuto chiedere la capacità di guarire all’istante tutte le malattie… ma poi che ne sarebbe stato di tutti coloro che si guadagnavano da vivere curando gli altri?
Sospirò e si distese, continuando a interrogarsi.
Il tempo non scorreva, in quel luogo e la fata continuò a pensare e pensare fino a trasformarsi in un masso.
Spiffero le svolazzava intorno, alquanto preoccupato. Adesso Selenia era diventata una fata di pietra.
«Oh, povero me!» borbottava tutto agitato il draghetto, cercando di riscuoterla.
Ma la fata di pietra rimaneva immobile e silenziosa.
Impossibile dire quanto tempo non trascorse, in quella situazione sospesa, ma alla fine spiffero non riuscì più a trattenersi e sbottò con voce forte e chiara: «Desidero che la fata si risvegli!»
Selenia emerse all’istante dalla sua forma di pietra, stiracchiandosi e sbadigliando.
«Ma da quanto tempo siamo qui?» chiese al suo amico drago, per la verità notando che le sembrava alquanto cresciuto.
Era impossibile dirlo, visto che per tutto il tempo in cui la fata era rimasta indecisa il tempo aveva smesso di scorrere in quel luogo.
Ma all’improvviso alla fata venne una gran nostalgia del suo bosco e del suo comodo lettuccio.
Il tempo aveva ripreso a scorrere e la fata espresse l’unico desiderio che in quel momento le sembrava possibile.
«Desidero che le cose vadano un po’ meglio per tutti. Non grandi cambiamenti, visto che non so ragionare in termini assoluti. Solo un po’ meglio di adesso. E la prossima volta, chiederò che vadano un po’ meglio ancora…»
Così, espresso finalmente il suo desiderio, Selenia tornò insieme a Spiffero nel suo bosco, e per la prima volta dopo tanto tempo si sentì un po’ più felice, pensando che alla prossima luna piena…
Vi chiedo perdono per la breve assenza. Anche i Cantafiabe ogni tanto devono tornare con i piedi per terra.
Ma sono di nuovo qui, ad augurarvi buonanotte e buone fiabe...
C’era una volta, tanto tempo fa, una fata insoddisfatta che si chiamava Selenia.
Soffriva d’insonnia, poverina, e di notte vagava irrequieta nei boschi, chiedendosi che cosa le mancasse per essere felice.
Il suo migliore amico era il draghetto Spiffero, che spesso l’accompagnava nei suoi vagabondaggi notturni.
«Ma insomma, che cosa vorresti?» le chiedeva spesso il draghetto, un po’ esasperato.
Ma Selenia non lo sapeva nemmeno lei e così, una notte, Spiffero la guidò fino a un bellissimo lago tranquillo, che scintillava sotto la luna.
«Che posto è mai questo?» chiese la fata impressionata dalla bellezza del luogo.
«Questo è il Lago dei Desideri. Qui si arriva solo nelle notti di luna piena e la notte non trascorre fino a quando non si è espresso almeno un desiderio. Rimarremo qui fino a quando non avrai capito che cosa ti manca per essere felice e poi non ne parleremo più.»
«Ma quanti desideri posso esprimere?»
«Dopo il primo, il tempo riprende a scorrere normalmente e bisogna allontanarsi prima dell’alba. Ma fino a quel momento puoi esprimere tutti i desideri che vuoi.»
La fata batté le mani contenta e si accomodò sulla riva, ragionando tra sé e sé.
Che cosa avrebbe potuto chiedere? Voleva pensarci proprio bene.
Interrogò il suo cuore.
Le sarebbe piaciuto proprio tanto chiedere la felicità per tutte le creature del mondo.
“Così,” pensava, “potrei imparare come essere felice osservando gli altri.”
In quel momento un coniglietto del colore della luna le passò saltellando vicino. Così si rese conto di essere già circondata da creature felici. E poi capì anche che, senza nessuna traccia d’infelicità, anche la felicità avrebbe perso sapore. “Non si può comprendere la luce, se non si conosce il buio,” ragionava la fata.
Avrebbe potuto chiedere la capacità di guarire all’istante tutte le malattie… ma poi che ne sarebbe stato di tutti coloro che si guadagnavano da vivere curando gli altri?
Sospirò e si distese, continuando a interrogarsi.
Il tempo non scorreva, in quel luogo e la fata continuò a pensare e pensare fino a trasformarsi in un masso.
Spiffero le svolazzava intorno, alquanto preoccupato. Adesso Selenia era diventata una fata di pietra.
«Oh, povero me!» borbottava tutto agitato il draghetto, cercando di riscuoterla.
Ma la fata di pietra rimaneva immobile e silenziosa.
Impossibile dire quanto tempo non trascorse, in quella situazione sospesa, ma alla fine spiffero non riuscì più a trattenersi e sbottò con voce forte e chiara: «Desidero che la fata si risvegli!»
Selenia emerse all’istante dalla sua forma di pietra, stiracchiandosi e sbadigliando.
«Ma da quanto tempo siamo qui?» chiese al suo amico drago, per la verità notando che le sembrava alquanto cresciuto.
Era impossibile dirlo, visto che per tutto il tempo in cui la fata era rimasta indecisa il tempo aveva smesso di scorrere in quel luogo.
Ma all’improvviso alla fata venne una gran nostalgia del suo bosco e del suo comodo lettuccio.
Il tempo aveva ripreso a scorrere e la fata espresse l’unico desiderio che in quel momento le sembrava possibile.
«Desidero che le cose vadano un po’ meglio per tutti. Non grandi cambiamenti, visto che non so ragionare in termini assoluti. Solo un po’ meglio di adesso. E la prossima volta, chiederò che vadano un po’ meglio ancora…»
Così, espresso finalmente il suo desiderio, Selenia tornò insieme a Spiffero nel suo bosco, e per la prima volta dopo tanto tempo si sentì un po’ più felice, pensando che alla prossima luna piena…
Vi chiedo perdono per la breve assenza. Anche i Cantafiabe ogni tanto devono tornare con i piedi per terra.
Ma sono di nuovo qui, ad augurarvi buonanotte e buone fiabe...
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