Ciao a tutti. Ecco la fiaba di oggi.
La montagna di cristallo
Nel regno di Corcovaldo, migliaia di anni fa, si ergeva un’enorme montagna di cristallo.
Era una montagna unica al mondo e la sua bellezza era leggendaria.
Nei giorni sereni, i raggi del sole attraversavano il cristallo e riempivano la vicina valle di Terraricca di migliaia di arcobaleni. Lì, ogni cosa cresceva rigogliosa, dai banani agli abeti, dalle orchidee ai cedri del Libano insieme a tutti i tipi di ortaggi , di frutta e di fiori.
Per le singolari condizioni di luce create dalla montagna, gli abitanti erano sempre felici e di buonumore. Non conoscevano l’avidità, perché c’era cibo in abbondanza per tutti, e non conoscevano l’invidia, il rancore né l’odio.
Non loro. Ma dall’altro lato della montagna di cristallo c’era invece la valle di Terrasecca in cui i riverberi del cristallo facevano seccare ogni cosa. Gli abitanti di quel luogo sudavano sette camice per trarre da quella terra bruciata un pugno di segale per sfamare la famiglia.
Quella fatica costante li aveva resi aspri, egoisti e invidiosi di tutto e di tutti.
Nelle notti d’estate soprattutto, quando gli abitanti di Terraricca accendevano i falò e danzavano per festeggiare la loro fortuna, gli abitanti di Terrasecca rimanevano a osservare i bagliori attraverso la trasparenza del cristallo, rodendosi d’invidia.
Non c’era modo di passare da una valle all’altra. Solo antiche leggende e racconti di viaggiatori che avevano superato miglia e miglia di montagne impervie avevano portato qualche notizia di quello che c’era dall’altra parte della montagna di cristallo, che era impossibile da scalare.
Solo gli uccelli conoscevano i segreti di quelle vette. Le gradi aquile bianche, soprattutto.
Vivevano sulle cime più impervie, dove prosperavano indisturbate.
Ma un giorno, chissà come, un aquilotto nato da poco cadde dal nido e ruzzolò e scivolò sul cristallo fino a Terraricca. Lo trovò un bambino di nome Fortunato, che se lo portò a casa e se ne prese cura fino a farlo diventare una bella aquila grande e forte, chiamata Tempesta per la rapidità e la potenza del suo volo.
Fortunato e Tempesta erano grandi amici, ma la natura dell’aquila è quella di volare lontano e, allontanandosi sempre di più nel corso delle sue esplorazioni, un giorno Tempesta finì per posarsi sul suolo di Terrasecca.
Era abituata agli uomini, e non si preoccupò quando decine di occhi avidi iniziarono a osservarla.
A un tratto qualcuno le saltò addosso e le immobilizzò le ali, mentre qualcun altro le legò il becco possente e le zampe con stringhe di cuoio. Tempesta lottò come meglio poteva, ma ben presto fu sopraffatta dal gruppo di uomini affamati.
Per sua enorme fortuna, però, a quel punto gli abitanti di Terrasecca iniziarono a litigare per decidere chi dovesse tenere l’aquila. Tempesta non si lasciò sfuggire l’occasione e con le zampe e il becco ancora legati, riuscì a spiccare il volo e a rifugiarsi sulla cima della montagna.
Era talmente spaventata che non pensò di andare a cercare l’aiuto di Fortunato e, stringendo forte con gli artigli sul cristallo, iniziò a picchiare furiosamente con il becco per cercare di liberarsi dei legacci di cuoio.
Si aprì una crepa nel cristallo, ma Tempesta non se ne accorse e continuò a picchiare e picchiare fino a quando la crepa si estese a tutta la montagna e poi, con un gran fragore, tutta la montagna di cristallo andò in frantumi.
Gli abitanti di Terraricca e Terrasecca si incontrarono così per la prima volta. Scoppiò una guerra che durò trecento volte cento anni, perché dapprima gli abitanti di Terrasecca portarono via tutto a quella di Terraricca, poi questi, rimasti senza nulla, mossero guerra a Terrasecca e così via e così via, fino a quando, per lo scorrere naturale del tempo, le ricchezze delle due valli finirono più o meno per essere uguali e gli abitanti poterono vivere in pace.
Da quegli abitanti discendiamo tutti noi, capaci di essere generosi e gentili come i nativi di Terraricca o avidi e invidiosi come quelli di Terrasecca.
E le grandi aquile? Durante tutte quelle guerre, senza più cime impervie in cui rifugiarsi, se ne andarono lontano. Tempesta riuscì infine a liberarsi dei legacci grazie alle schegge taglienti del cristallo, ma anche lei volò lontano e non tornò mai più. Forse la potrete vedere volare, se siete fortunati, sulle cime di alcune montagne. La potete riconoscere dal pezzetto di cuoio svolazzante che ancora le penzola da una zampa.
venerdì 9 maggio 2014
giovedì 8 maggio 2014
La principessa del fiume (parte seconda)
La principessa del fiume (parte seconda)
E la principessa del fiume rispose: “Se vuoi salvarmi, devi cercare la Fata del fiume, che vive nella Grande Foresta, a ovest. È molto lontano, ma bada bene: se non tornerai entro la prossima luna piena, per me sarà la fine e non mi rivedrai mai più.“
Il principe partì alle prime luci dell’alba e galoppò senza sosta per giorni e giorni verso ovest fino alla Grande Foresta.
Era, questa, una foresta intricata in cui a malapena filtrava la luce del sole.
Per farsi coraggio, il principe fischiettava tra sé e sé mentre cercava di orientarsi in un labirinto di sentieri. Dopo giorni di ricerche inutili, imboccò una stradina che lo condusse fuori dagli alberi, giusto in tempo per vedere dinanzi a sé dolci campi e il sole che tramontava rosso all’orizzonte. In quel momento il principe avrebbe voluto proseguire dritto e arrendersi. Invece, dopo avere osservato il tramonto, sentì ancora più acuta la nostalgia della fanciulla del fiume e con un sospiro voltò il cavallo e rientrò tra gli alberi, tra i suoni inquietanti della notte nella foresta.
Vagava nell’oscurità e ormai non aveva nemmeno più voglia di fischiettare.
E questa fu una fortuna, perché a un tratto sentì un suono lieve, gioioso. E poi piccole luci danzanti tra gli alberi. Ritrovato il coraggio, il principe avanzò silenziosamente fino alla radura da cui provenivano i suoni e le luci. Creature alate danzavano felici tra fiori magnifici, il cui profumo riempiva l’aria, al suono di una musica allegra e gentile.
Bevevano da coppe ricavate dalle corolle dei fiori e ridevano con trilli pieni di allegria.
Il principe osservò a lungo la scena, appoggiato al tronco di una grande quercia.
Quasi gli venne un colpo, quando una fata gli andò incontro porgendogli un calice pieno di nettare e dicendogli: “Finalmente siete arrivato. Pensavamo che vi foste perso.”
Chissà come, il principe si trovò a danzare in mezzo alle fate per quello che gli parve un breve attimo, prima di fermarsi ansante contro la quercia e ricordare la sua missione.
Fermò la prima fata che gli passò vicino. “Dimmi, ti prego, dove posso trovare la Fata del fiume?”
“La Fata del fiume? Oh vive a est, molto lontano da qui. Nel fiume in cui si specchia sempre la principessa Mirabella.”
A quelle parole il principe si sentì venir meno. Era stato ingannato. La Fata del fiume si era burlata di lui.
Si rimise in viaggio e quando finalmente uscì dalla grande foresta si accorse che la luna quasi piena splendeva nel cielo. Come era possibile? Gli sembrava di essere rimasto con le fate solo pochi istanti. Osservò la luna e gli sembrò di vedere nell’astro le sembianze di principessa del fiume.
Ne sentiva la mancanza in un modo doloroso.
Spronò il cavallo al galoppo. Verso est.
Non si fermò fino a quando, proprio al termine della notte di luna piena, raggiunse finalmente le sponde del fiume. La fanciulla trasparente emerse dalle acque e per prima cosa gli disse: “Hai superato la prova. Per la tua lealtà e il tuo coraggio spezzerò l’incantesimo che il mago ha gettato su Mirabella. Ora va’ e siate felici.”
Con quelle parole la principessa trasparente scomparve nuovamente tra i vortici del fiume. Il principe rimase a osservare le acque fino all’alba, quando Mirabella, tornata se stessa, scese cantando sulle sponde del fiume.
E la principessa del fiume rispose: “Se vuoi salvarmi, devi cercare la Fata del fiume, che vive nella Grande Foresta, a ovest. È molto lontano, ma bada bene: se non tornerai entro la prossima luna piena, per me sarà la fine e non mi rivedrai mai più.“
Il principe partì alle prime luci dell’alba e galoppò senza sosta per giorni e giorni verso ovest fino alla Grande Foresta.
Era, questa, una foresta intricata in cui a malapena filtrava la luce del sole.
Per farsi coraggio, il principe fischiettava tra sé e sé mentre cercava di orientarsi in un labirinto di sentieri. Dopo giorni di ricerche inutili, imboccò una stradina che lo condusse fuori dagli alberi, giusto in tempo per vedere dinanzi a sé dolci campi e il sole che tramontava rosso all’orizzonte. In quel momento il principe avrebbe voluto proseguire dritto e arrendersi. Invece, dopo avere osservato il tramonto, sentì ancora più acuta la nostalgia della fanciulla del fiume e con un sospiro voltò il cavallo e rientrò tra gli alberi, tra i suoni inquietanti della notte nella foresta.
Vagava nell’oscurità e ormai non aveva nemmeno più voglia di fischiettare.
E questa fu una fortuna, perché a un tratto sentì un suono lieve, gioioso. E poi piccole luci danzanti tra gli alberi. Ritrovato il coraggio, il principe avanzò silenziosamente fino alla radura da cui provenivano i suoni e le luci. Creature alate danzavano felici tra fiori magnifici, il cui profumo riempiva l’aria, al suono di una musica allegra e gentile.
Bevevano da coppe ricavate dalle corolle dei fiori e ridevano con trilli pieni di allegria.
Il principe osservò a lungo la scena, appoggiato al tronco di una grande quercia.
Quasi gli venne un colpo, quando una fata gli andò incontro porgendogli un calice pieno di nettare e dicendogli: “Finalmente siete arrivato. Pensavamo che vi foste perso.”
Chissà come, il principe si trovò a danzare in mezzo alle fate per quello che gli parve un breve attimo, prima di fermarsi ansante contro la quercia e ricordare la sua missione.
Fermò la prima fata che gli passò vicino. “Dimmi, ti prego, dove posso trovare la Fata del fiume?”
“La Fata del fiume? Oh vive a est, molto lontano da qui. Nel fiume in cui si specchia sempre la principessa Mirabella.”
A quelle parole il principe si sentì venir meno. Era stato ingannato. La Fata del fiume si era burlata di lui.
Si rimise in viaggio e quando finalmente uscì dalla grande foresta si accorse che la luna quasi piena splendeva nel cielo. Come era possibile? Gli sembrava di essere rimasto con le fate solo pochi istanti. Osservò la luna e gli sembrò di vedere nell’astro le sembianze di principessa del fiume.
Ne sentiva la mancanza in un modo doloroso.
Spronò il cavallo al galoppo. Verso est.
Non si fermò fino a quando, proprio al termine della notte di luna piena, raggiunse finalmente le sponde del fiume. La fanciulla trasparente emerse dalle acque e per prima cosa gli disse: “Hai superato la prova. Per la tua lealtà e il tuo coraggio spezzerò l’incantesimo che il mago ha gettato su Mirabella. Ora va’ e siate felici.”
Con quelle parole la principessa trasparente scomparve nuovamente tra i vortici del fiume. Il principe rimase a osservare le acque fino all’alba, quando Mirabella, tornata se stessa, scese cantando sulle sponde del fiume.
mercoledì 7 maggio 2014
La principessa del fiume (prima parte)
Ecco la fiaba sullo spunto più votato del 6 maggio, La principessa del fiume.
Ho dovuto dividerla in due parti.
Domani il finale!
La principessa del fiume (prima parte)
C’era una volta un regno felice, con buoni sovrani e una principessa, Mirabella, tanto bella quanto gioiosa e di buon carattere.
Quando la principessa raggiunse l’età da marito, numerosi pretendenti si presentarono al castello portando ricchi doni.
Ma la principessa non mostrava interesse per nessuno di loro, così i genitori tentennavano. Quale pretendente scegliere per l’amata figlia? Un giorno, mentre così ragionavano, Mirabella un po’ stanca di tutti quei discorsi decise di scendere al fiume per distrarsi. E proprio mentre era china sulle acque del fiume a giocare con le alghe accadde il peggio.
Tra i pretendenti c’era anche il figlio di un potentissimo mago che, purtroppo, scelse quel momento per esigere una risposta alla proposta di nozze del figlio. “MA QUALE CREANZA!” urlava il mago. “Fare aspettare mio figlio per giorni come un mendicante! ” Il buon re e la regina fecero del loro meglio per calmare il mago, ma più loro cercavano di ragionarci e più quello si infuriava, fino a quando se ne andò sbattendo la porta e minacciando vendetta.
In quel preciso momento Mirabella, china sulle acque del fiume, sentì che tutta la gioia che l’abitava scivolava via dal suo corpo, per sparire chissà dove.
Quella che tornò al castello era una principessa irriconoscibile, musona e triste. Con il passare dei giorni, la tristezza di Mirabella iniziò a lasciare spazio anche a scoppi d’ira e sgarberie di ogni genere. I principi pretendenti iniziarono pian piano a lasciare il castello, mentre la principessa diventava ogni giorno più cupa e irascibile.
Alla fine rimasero pochissimi principi e uno di questi, una sera, scese al fiume per riflettere se fosse davvero il caso di rimanere ancora o se gli convenisse partire l’indomani. Era tanto immerso nei suoi pensieri che non si accorse che si faceva buio e che si levava la luna piena. A un tratto, dalle acqua placide del fiume ecco uscire una fanciulla trasparente, in tutto e per tutto simile a Mirabella.
Si avvicinò gentilmente al principe, chiedendogli premurosa che cosa lo affliggesse. E più lui parlava, più lei sospirava e cercava di consolarlo con belle maniere. Bella, era bella e non ci volle molto perché il cuore del principe si infiammasse d’amore per quella creatura. Ma… poco prima dell’alba la fanciulla si congedò gentilmente e scomparve nelle acque del fiume. Invano, una notte dopo l’altra, il principe si recò sulle rive sperando di rivedere la fanciulla amata. Quando ormai aveva perso ogni speranza e stava per partire, ecco che in un’altra notte di luna piena la fanciulla trasparente ricomparve. Rimasero vicini per tutta la notte e poco prima dell’alba, quando lei stava per congedarsi, il principe la trattenne. “Come farò per vederti ancora?” le chiese. “Tutti gli altri pretendenti hanno ormai lasciato il castello e io non posso trattenermi di più. Di sposare Mirabella, cattiva com’è, non ne voglio sapere.”
E la principessa del fiume rispose…
(segue …)
Ho dovuto dividerla in due parti.
Domani il finale!
La principessa del fiume (prima parte)
C’era una volta un regno felice, con buoni sovrani e una principessa, Mirabella, tanto bella quanto gioiosa e di buon carattere.
Quando la principessa raggiunse l’età da marito, numerosi pretendenti si presentarono al castello portando ricchi doni.
Ma la principessa non mostrava interesse per nessuno di loro, così i genitori tentennavano. Quale pretendente scegliere per l’amata figlia? Un giorno, mentre così ragionavano, Mirabella un po’ stanca di tutti quei discorsi decise di scendere al fiume per distrarsi. E proprio mentre era china sulle acque del fiume a giocare con le alghe accadde il peggio.
Tra i pretendenti c’era anche il figlio di un potentissimo mago che, purtroppo, scelse quel momento per esigere una risposta alla proposta di nozze del figlio. “MA QUALE CREANZA!” urlava il mago. “Fare aspettare mio figlio per giorni come un mendicante! ” Il buon re e la regina fecero del loro meglio per calmare il mago, ma più loro cercavano di ragionarci e più quello si infuriava, fino a quando se ne andò sbattendo la porta e minacciando vendetta.
In quel preciso momento Mirabella, china sulle acque del fiume, sentì che tutta la gioia che l’abitava scivolava via dal suo corpo, per sparire chissà dove.
Quella che tornò al castello era una principessa irriconoscibile, musona e triste. Con il passare dei giorni, la tristezza di Mirabella iniziò a lasciare spazio anche a scoppi d’ira e sgarberie di ogni genere. I principi pretendenti iniziarono pian piano a lasciare il castello, mentre la principessa diventava ogni giorno più cupa e irascibile.
Alla fine rimasero pochissimi principi e uno di questi, una sera, scese al fiume per riflettere se fosse davvero il caso di rimanere ancora o se gli convenisse partire l’indomani. Era tanto immerso nei suoi pensieri che non si accorse che si faceva buio e che si levava la luna piena. A un tratto, dalle acqua placide del fiume ecco uscire una fanciulla trasparente, in tutto e per tutto simile a Mirabella.
Si avvicinò gentilmente al principe, chiedendogli premurosa che cosa lo affliggesse. E più lui parlava, più lei sospirava e cercava di consolarlo con belle maniere. Bella, era bella e non ci volle molto perché il cuore del principe si infiammasse d’amore per quella creatura. Ma… poco prima dell’alba la fanciulla si congedò gentilmente e scomparve nelle acque del fiume. Invano, una notte dopo l’altra, il principe si recò sulle rive sperando di rivedere la fanciulla amata. Quando ormai aveva perso ogni speranza e stava per partire, ecco che in un’altra notte di luna piena la fanciulla trasparente ricomparve. Rimasero vicini per tutta la notte e poco prima dell’alba, quando lei stava per congedarsi, il principe la trattenne. “Come farò per vederti ancora?” le chiese. “Tutti gli altri pretendenti hanno ormai lasciato il castello e io non posso trattenermi di più. Di sposare Mirabella, cattiva com’è, non ne voglio sapere.”
E la principessa del fiume rispose…
(segue …)
Che cosa succede
Che cosa succede.
Mi è venuta una preoccupazione, una sola, a questo punto.
Quindi voglio chiarire ogni dubbio.
Per ora, c’è solo una fiaba solitaria sulla pagina di Facebook.
Sebbene io veda i dati e sappia che questo blog e la pagina sono seguiti, sembra che ci sia una sorta di reticenza a interagire, a buttarsi e scrivere una fiaba, proporre spunti per nuove fiabe o votarli.
Vi parlo apertamente: io, per quanto mi riguarda, penso di aver già vinto su un campo più importante della competizione in sé. Nel momento in cui mi sono lanciata in questa avventura, ho vinto la battaglia più importante: quella contro la paura. Del ridicolo, di non farcela, di non fare bene. Che cosa può succedere? Che scriva una brutta fiaba? Non credo che il mondo diventerà un posto peggiore, per questo. Scrivere trenta brutte fiabe? Questa, dal mio punto di vista, potrebbe essere una cosa interessante. Dopo centinaia di fallimenti nel tentativo di creare una lampadina, pare che Edison sostenesse di aver fatto grandi progressi. Perché a quel punto conosceva centinaia di modi per non fare una lampadina. E quindi inevitabilmente si stava avvicinando al suo scopo. Tutto dipende da come noi ci poniamo di fronte alle cose.
E così, per spiegarvi quello che succede per me, devo andare un po’ indietro nel tempo (22 anni, per la verità) alla prima volta che mi hanno dato un premio. Era per un racconto. Cerimonia ufficiale, un’importante scrittrice come presidente della giuria, una professionista che leggeva gli elaborati in pubblico, un generoso assegno e la televisione. Mi tremavano le gambe, ci stavo malissimo, in quell’ambiente e avrei voluto scomparire. Ve l’ho già detto, mi piace fare le cose, ma poi se devo parlare in pubblico sono un disastro, mi impappino, non sono capace…
In ogni caso, finisce tutto questo e mentre mi avvio sollevata all’uscita mi si avvicina una ragazza.
Mi ha detto solo tre parole: “Complimenti. Molto bello.”
E in quel momento io mi sono sentita spalancare il cuore e ho pensato: è per questo. È per questo che voglio scrivere. Perché se anche una sola persona sulla faccia della terra potrà sentirsi un po’ più capita, un po’ meno sola per quello che ho scritto, ne sarà valsa la pena.
Quella sconosciuta non lo sa e non ho mai avuto occasione di ringraziarla a dovere, ma è andata così.
Poi la vita ci porta in luoghi strani. Ero una giovane madre, a quei tempi e forse ho anche finito per dimenticare quel momento, fino a quando non molto tempo fa, mi è arrivato un promemoria di quelli potenti. Uno di quei momenti in cui pensiamo che, sì, forse, tutto sommato, in effetti, c’è anche la remota possibilità che potremmo non essere immortali.
E di tutte le cose incompiute che mi sarei lasciata alle spalle se non avessi vinto quella battaglia (quella sì, importante) a me dispiaceva di più per le cose che non avevo scritto. Per quell’idea per un romanzo lasciata per anni in sospeso, per le fiabe che avrei voluto scrivere, ma il tempo…
Per i sogni a cui avrei voluto dar vita, ma c’erano tante cose più importanti da fare…
Il mio rammarico, sarebbe stato quello. Non altro.
Perciò, amici miei, io ho vinto nell’istante stesso in cui mi sono messa a fare quello che mi sarebbe dispiaciuto non portare a termine. Per una taoista, il successo e il fallimento sono due facce della stessa medaglia, ma seguire il proprio cuore è essenziale.
Seguite il vostro. Ovunque vi porti, seguitelo.
Mi è venuta una preoccupazione, una sola, a questo punto.
Quindi voglio chiarire ogni dubbio.
Per ora, c’è solo una fiaba solitaria sulla pagina di Facebook.
Sebbene io veda i dati e sappia che questo blog e la pagina sono seguiti, sembra che ci sia una sorta di reticenza a interagire, a buttarsi e scrivere una fiaba, proporre spunti per nuove fiabe o votarli.
Vi parlo apertamente: io, per quanto mi riguarda, penso di aver già vinto su un campo più importante della competizione in sé. Nel momento in cui mi sono lanciata in questa avventura, ho vinto la battaglia più importante: quella contro la paura. Del ridicolo, di non farcela, di non fare bene. Che cosa può succedere? Che scriva una brutta fiaba? Non credo che il mondo diventerà un posto peggiore, per questo. Scrivere trenta brutte fiabe? Questa, dal mio punto di vista, potrebbe essere una cosa interessante. Dopo centinaia di fallimenti nel tentativo di creare una lampadina, pare che Edison sostenesse di aver fatto grandi progressi. Perché a quel punto conosceva centinaia di modi per non fare una lampadina. E quindi inevitabilmente si stava avvicinando al suo scopo. Tutto dipende da come noi ci poniamo di fronte alle cose.
E così, per spiegarvi quello che succede per me, devo andare un po’ indietro nel tempo (22 anni, per la verità) alla prima volta che mi hanno dato un premio. Era per un racconto. Cerimonia ufficiale, un’importante scrittrice come presidente della giuria, una professionista che leggeva gli elaborati in pubblico, un generoso assegno e la televisione. Mi tremavano le gambe, ci stavo malissimo, in quell’ambiente e avrei voluto scomparire. Ve l’ho già detto, mi piace fare le cose, ma poi se devo parlare in pubblico sono un disastro, mi impappino, non sono capace…
In ogni caso, finisce tutto questo e mentre mi avvio sollevata all’uscita mi si avvicina una ragazza.
Mi ha detto solo tre parole: “Complimenti. Molto bello.”
E in quel momento io mi sono sentita spalancare il cuore e ho pensato: è per questo. È per questo che voglio scrivere. Perché se anche una sola persona sulla faccia della terra potrà sentirsi un po’ più capita, un po’ meno sola per quello che ho scritto, ne sarà valsa la pena.
Quella sconosciuta non lo sa e non ho mai avuto occasione di ringraziarla a dovere, ma è andata così.
Poi la vita ci porta in luoghi strani. Ero una giovane madre, a quei tempi e forse ho anche finito per dimenticare quel momento, fino a quando non molto tempo fa, mi è arrivato un promemoria di quelli potenti. Uno di quei momenti in cui pensiamo che, sì, forse, tutto sommato, in effetti, c’è anche la remota possibilità che potremmo non essere immortali.
E di tutte le cose incompiute che mi sarei lasciata alle spalle se non avessi vinto quella battaglia (quella sì, importante) a me dispiaceva di più per le cose che non avevo scritto. Per quell’idea per un romanzo lasciata per anni in sospeso, per le fiabe che avrei voluto scrivere, ma il tempo…
Per i sogni a cui avrei voluto dar vita, ma c’erano tante cose più importanti da fare…
Il mio rammarico, sarebbe stato quello. Non altro.
Perciò, amici miei, io ho vinto nell’istante stesso in cui mi sono messa a fare quello che mi sarebbe dispiaciuto non portare a termine. Per una taoista, il successo e il fallimento sono due facce della stessa medaglia, ma seguire il proprio cuore è essenziale.
Seguite il vostro. Ovunque vi porti, seguitelo.
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martedì 6 maggio 2014
La principessa dai capelli verdi e i cani di pietra rossa
Ecco la fiaba sugli spunti più votati al 5 maggio: la principessa dai capelli verdi e i cani di pietra rossa.
La principessa dai capelli verdi e i cani di pietra rossa
C’era una volta una giovane Regina che aveva lasciato la sua verde terra nei pressi di Odessa per seguire il Re suo marito, ma ne aveva tanta nostalgia che le era venuto il capriccio di vestirsi sempre di verde.
“Non ne verrà niente di buono,” borbottava infastidita la madre del Re, ma poiché egli amava teneramente la sua sposa, lasciava correre.
Così un bel giorno nacque una principessina bellissima, dai capelli verdi come un prato di primavera.
La madre del Re, vedendola, sussultò. E prima che chiunque altro potesse accorgersi delle caratteristiche della neonata, la avvolse in un panno e si allontanò in tutta fretta dal palazzo.
Camminò per giorni, fino una grotta che un tempo era stata una cava dei Nani, con due cani di pietra rossa a guardia dell’ingresso.
Passavano gli anni e la principessa dai capelli verdi, chiamata Esmeralda, diventava sempre più bella e di buon carattere. La vecchia le era molto affezionata e tante volte si era pentita della sua decisione, ma ormai era fatta.
Esmeralda si occupava ogni giorno di portare le pecore al pascolo, coi capelli verdi ben nascosti da un berretto. La fanciulla sapeva scovare l’erba più verde ovunque fosse e guidava le sue pecore con passo sicuro sulle cime dei monti.
Ogni sera, al suo ritorno, i cani di pietra la salutavano così: “Troppo verde, principessa, per la nostalgia di Odessa” e lei rispondeva “Troppo rosso, cari cani, per la volontà dei Nani.”
Esmeralda, infatti, passando lunghe ore a conversare con i cani di pietra, aveva appreso la loro triste storia. Altri non erano se non un Re e una Regina, partiti molti anni prima alla ricerca del figlio scomparso. Erano capitati per errore nella cava dei Nani che, vedendo i due intrusi, li avevano trasformati all’istante in due cani di pietra.
Quello che la fanciulla non sapeva, era che spesso era seguita nei suoi vagabondaggi da un altro pastore di pecore, di nome Arturo.
Quello che Arturo non sapeva, era che spesso era seguito da un nano di nome Ombretto, che anni prima si era impegnato coi genitori del ragazzo a vegliare su di lui.
Accadde così che una sera, avendo seguito Esmeralda fino alla grotta, Arturo sentì i cani salutarla: “Troppo verde, principessa, per la nostalgia di Odessa.” E lei di rimando “Troppo rosso, cari cani, per la volontà dei Nani.” Poi uno dei cani sospirò: ”Spero solo che Ombretto sia stato di parola!”
All’udir questo il nano saltò fuori dal suo nascondiglio: “Sì, vostre Maestà! Ecco qui vostro figlio Arturo!”
A quelle parole i cani di pietra iniziarono a piangere calde lacrime rosse, che cadevano per terra formando pozze che si allargavano sempre di più. Anche Esmeralda iniziò a piangere lacrime verdi e quando queste caddero sulle lacrime rosse ci fu un gran lampo e all’improvviso i due cani di pietra tornarono umani, mentre i capelli di Esmeralda diventarono di un bel castano dorato. “Che prodigio è mai questo?” borbottò la nonna uscendo di corsa dalla grotta. “Me lo avete insegnato voi, nonnina, che quando si mescolano il verde e il rosso…” disse Esmeralda.
Così, con ogni colore tornato al suo posto, la principessa poté tornare dai suoi genitori. Dopo poco si celebrarono le nozze fra i due giovani e da allora tutti vissero, per lunghi anni, felici e contenti.
Se questa fiaba vi è piaciuta, votatela con un Mi piace sulla pagina facebook La Disfida delle Fiabe
La principessa dai capelli verdi e i cani di pietra rossa
C’era una volta una giovane Regina che aveva lasciato la sua verde terra nei pressi di Odessa per seguire il Re suo marito, ma ne aveva tanta nostalgia che le era venuto il capriccio di vestirsi sempre di verde.
“Non ne verrà niente di buono,” borbottava infastidita la madre del Re, ma poiché egli amava teneramente la sua sposa, lasciava correre.
Così un bel giorno nacque una principessina bellissima, dai capelli verdi come un prato di primavera.
La madre del Re, vedendola, sussultò. E prima che chiunque altro potesse accorgersi delle caratteristiche della neonata, la avvolse in un panno e si allontanò in tutta fretta dal palazzo.
Camminò per giorni, fino una grotta che un tempo era stata una cava dei Nani, con due cani di pietra rossa a guardia dell’ingresso.
Passavano gli anni e la principessa dai capelli verdi, chiamata Esmeralda, diventava sempre più bella e di buon carattere. La vecchia le era molto affezionata e tante volte si era pentita della sua decisione, ma ormai era fatta.
Esmeralda si occupava ogni giorno di portare le pecore al pascolo, coi capelli verdi ben nascosti da un berretto. La fanciulla sapeva scovare l’erba più verde ovunque fosse e guidava le sue pecore con passo sicuro sulle cime dei monti.
Ogni sera, al suo ritorno, i cani di pietra la salutavano così: “Troppo verde, principessa, per la nostalgia di Odessa” e lei rispondeva “Troppo rosso, cari cani, per la volontà dei Nani.”
Esmeralda, infatti, passando lunghe ore a conversare con i cani di pietra, aveva appreso la loro triste storia. Altri non erano se non un Re e una Regina, partiti molti anni prima alla ricerca del figlio scomparso. Erano capitati per errore nella cava dei Nani che, vedendo i due intrusi, li avevano trasformati all’istante in due cani di pietra.
Quello che la fanciulla non sapeva, era che spesso era seguita nei suoi vagabondaggi da un altro pastore di pecore, di nome Arturo.
Quello che Arturo non sapeva, era che spesso era seguito da un nano di nome Ombretto, che anni prima si era impegnato coi genitori del ragazzo a vegliare su di lui.
Accadde così che una sera, avendo seguito Esmeralda fino alla grotta, Arturo sentì i cani salutarla: “Troppo verde, principessa, per la nostalgia di Odessa.” E lei di rimando “Troppo rosso, cari cani, per la volontà dei Nani.” Poi uno dei cani sospirò: ”Spero solo che Ombretto sia stato di parola!”
All’udir questo il nano saltò fuori dal suo nascondiglio: “Sì, vostre Maestà! Ecco qui vostro figlio Arturo!”
A quelle parole i cani di pietra iniziarono a piangere calde lacrime rosse, che cadevano per terra formando pozze che si allargavano sempre di più. Anche Esmeralda iniziò a piangere lacrime verdi e quando queste caddero sulle lacrime rosse ci fu un gran lampo e all’improvviso i due cani di pietra tornarono umani, mentre i capelli di Esmeralda diventarono di un bel castano dorato. “Che prodigio è mai questo?” borbottò la nonna uscendo di corsa dalla grotta. “Me lo avete insegnato voi, nonnina, che quando si mescolano il verde e il rosso…” disse Esmeralda.
Così, con ogni colore tornato al suo posto, la principessa poté tornare dai suoi genitori. Dopo poco si celebrarono le nozze fra i due giovani e da allora tutti vissero, per lunghi anni, felici e contenti.
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lunedì 5 maggio 2014
Ai nastri di partenza!
E così, ci siamo. La Disfida è ufficialmente partita.
Adesso le fiabe ci terranno compagnia per un mese intero. Scopriremo insieme strada facendo quello che succede. Siamo un po’ folli, forse, come ci esorta a essere Steve Jobs, ma di sicuro siamo dei folli benevoli e forse felici.
Sarebbe troppo lungo l’elenco delle persone stupende che dovrei ringraziare fin qui. Blogger di talento, persone disponibili e gentili di ogni settore che si sono adoperate per arrivare con noi ai nastri di partenza.
Grazie a tutti. Anche a voi che leggete.
Siete tutti invitati a votare le fiabe, a scegliere o proporre spunti per scriverne altre, a scrivere fiabe per prendere parte alla Disfida.
Se avete una fiaba nel cuore, se avete voglia di percorre insieme i sentieri di Feeria, questo è il momento giusto.
Vi prego, buttatevi, non abbiate paura.
Vi ricordo come funziona. Sulla pagina di Facebook, ci sono diversi spunti per le fiabe. Scegliete i vostri preferiti e cliccate su Mi piace per votarli.
Ogni giorno alle 21, si guarda quale è lo spunto più votato, che diventa l’argomento di una fiaba da scrivere e presentare sulla pagina Facebook della Disfida (per intero o tramite link) entro la mezzanotte del giorno dopo.
E così via ogni giorno, per un mese.
Per votare le fiabe preferite, basta mettere Mi piace sulle fiabe scelte. In questo modo sarete voi e solo voi a decidere chi vincerà questa lunga sfida.
Giocate, divertitevi…
È tutto qui.
Il più bello dei mari
Il più bello dei mari
È quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
Non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
Non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
Non te l’ho ancora detto
(Nazim Hikmet)
giovedì 1 maggio 2014
L'iris reale
Dopo tanto parlare di voli di fantasia mi rendo conto che vi ho parlato poco di un elemento che invece è essenziale quanto e più di altri per scrivere: il controllo.
Dover consegnare un pezzo entro i termini pattuiti è controllo. Decidere come strutturare la propria scrittura, se usare uno stile molto ornato o secco come una schioppettata, è controllo. Rimanere nei limiti di battute è controllo.
Come in ogni arte, come in ogni mestiere, c’è una parte che è fatta di routine, di regole applicate da così tanto tempo da diventare una seconda natura.
Allora, se da un lato c’è la fantasia che si comporta a volte come un purosangue imbizzarrito, dall’altra c’è il mestiere che insegna come riportarlo entro i limiti di quello che noi ci siamo prefissati di fare.
Questo, credo che si possa insegnare solo in parte. Si acquisisce con il tempo, con la pratica, con una certa disciplina.
Quello che sembra normale dopo qualche anno di pratica, mi rendo conto che non lo sembrava affatto agli inizi, quando per scrivere una pagina come era stata commissionata ci voleva tanta, ma tanta, pazienza e buona volontà.
L’immagine che mi seduce di più, stasera, è quella della Maestra dei raggi di luna. Un’entità benefica, che ci viene a visitare quando speriamo con tutte le forze che “la notte porti consiglio” o che lo faccia la scrittura. Perché molto spesso è vero. Quando tutto finalmente tace, quando ci lasciamo portare dal silenzio della notte e ci ascoltiamo, invece di ascoltare il frastuono fuori di noi, a volte tutto diventa più chiaro, quasi facile. Quasi.
Ma rimango convinta che ogni volta che ci mettiamo a scrivere qualcosa, fosse anche un biglietto di auguri, alla fine torniamo a casa con un dono tra le mani: un po’ di esperienza in più, un po’ di competenza in più, un po' di chiarezza in più. Lo ripeto da anni: dalla scrittura non si torna mai a mani vuote.
A volte si ha persino la fortuna di incontrare questa misteriosa Maestra dei Raggi di Luna e di iniziare a scrivere confusi e in preda alle emozioni e finire di scrivere perfettamente calmi, con la mente lucida e nuove soluzioni per problemi vecchi.
Così, come per magia.
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