Visualizzazione post con etichetta favole nuove. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta favole nuove. Mostra tutti i post

venerdì 22 dicembre 2017

Oscar Cuoreduro


Oscar Cuoreduro

Il Mendicante camminava per le strade affollate della città, invisibile ai più.
Solo i bambini lo guardavano pieni di curiosità, intuendo che quel vecchio dalla barba bianca non era un uomo come gli altri.
Avevano ragione, naturalmente. L’uomo era un potente mago, che aveva scelto il travestimento più adatto per non essere visto da colui che doveva tenere d’occhio.
E di tutte le persone che non prestavano la minima attenzione ai mendicanti, Orcar Cuoreduro era di certo il campione.
Non era una cattiva persona, almeno non come si intende di solito. Anzi, al lavoro era molto apprezzato per la sua capacità di essere professionale e gelido, senza mai prenderla “sul personale”.
Per Oscar, niente era abbastanza personale da meritare la sua attenzione. Non faceva effettivamente del male a nessuno, ma la sua indifferenza a volte era ugualmente dannosa.
Per lui non solo i mendicanti erano invisibili, ma anche i bambini, gli animali, specialmente se piccoli e in difficoltà, le donne per cui non aveva interesse, che lui definiva “donnette”. Anche con gli uomini, non andava molto meglio. Prestava attenzione solo a quelli più potenti di lui e che potevano in qualche modo aiutarlo a fare carriera. Gli altri, tutti gli altri, erano solo “gente” senza volto e senza nome, esseri inutili che gli intralciavano la strada.
Non era mai, mai accaduto che Oscar Cuoreduro avesse un semplice gesto di gentilezza per un suo simile. Non aveva mai ceduto il posto a sedere a qualcuno sui mezzi pubblici, non aveva mai soccorso una persona colta da malore proprio davanti a lui, non aveva mai tenuto una porta aperta per permettere a qualcuno di passare. Non si era mai preso cura di niente e di nessuno. Se un cucciolo abbandonato guaiva per la tristezza o il dolore proprio ai suoi piedi, lo scavalcava indifferente e proseguiva per la sua strada.
Era inevitabile che prima o poi un simile campione di indifferenza attirasse l’attenzione del mondo magico, e il Mendicante lo stava seguendo proprio per quel motivo.
Era giunto il momento della resa dei conti.
La strada in cui abitava Cuoreduro era graziosa, ma non molto frequentata a quell’ora di sera.
Il Mendicante lo aveva preceduto e lo attendeva seduto su una panchina, al freddo. Al passaggio di Oscar, tese la mano, ma lui come sempre lo scansò come se non lo avesse nemmeno visto e fece per allontanarsi.
Solo che le gambe smisero di obbedirgli e si trovò immobile accanto alla panchina. Istintivamente, si voltò allora verso il Mendicante per chiedere aiuto, ma nemmeno la voce rispondeva più ai suoi comandi. Oscar abbassò lo sguardo, e si accorse di essere diventato un lampione, in tutto e per tutto simile agli altri che illuminavano la via.
Solo allora, il Mendicante gli parlò: “Ora prenderai un po’ della tua stessa medicina, caro mio.”
Oscar cercava disperatamente di chiedergli aiuto con lo sguardo, ma il mago se ne andò senza voltarsi indietro.
Da quel giorno, Oscar ebbe l’occasione di capire che cosa si prova, quando tutti ti trattano con indifferenza. Gli unici che gli prestavano un po’ di attenzione, ormai, erano i cani che lo annusavano brevemente prima di alzare la zampetta. A volte qualcuno si appoggiava a lui per riprendere fiato, ma poi se ne andava senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Di notte, Oscar illuminava la strada per i passanti, ma nessuno lo ringraziava o si preoccupava per lui.
Stagione dopo stagione, Oscar imparò a prestare attenzione agli altri, per non morire di solitudine e di noia. Costretto finalmente a osservare i suoi simili, prese ad affezionarsi a quelli che vedeva più spesso. Persino i cani, adesso, gli erano simpatici e i gatti che a volte si strofinavano contro di lui gli facevano quasi piacere, con le loro pellicce morbide. Imparò a sopportare pazientemente i piccioni appollaiati sulla sua testa e ad assistere alle lunghe notti inquiete dei mendicanti che a volte trascorrevano la notte sulla panchina accanto a lui, cercando di difendersi come potevano dal freddo e dall’umidità della notte.  Imparò a conoscere le persone che frequentavano quella via, sentendosi sempre più partecipe delle loro gioie e dei loro dolori.
Una notte, quando iniziò a piovere sull’ennesimo mendicante che cercava di dormire sulla panchina, preso da compassione afferrò un ombrello dimenticato da chissà chi, e lo aprì per proteggere il poveretto dalla pioggia. Quando il Mendicante lo guardò e lo ringraziò, Oscar finalmente lo riconobbe. In quell’istante tornò a essere un uomo, o forse iniziò allora per la prima volta a essere un uomo, chissà.
Quello che è certo, è che da allora Oscar fu una persona davvero per bene.   



domenica 10 dicembre 2017

Corvina



Fiaba di Federica Rossi di Inchiostro Rosa



Corvina

Aveva bellissimi occhi neri come la pece e i capelli, neri anch'essi, erano lucidi e raccolti in una lunga treccia. Il suo nome era Corvina ed era figlia della dama di compagnia della regina Elena. Sua madre apparteneva ad una antica famiglia di nobili decaduti ed in gioventù era stata grande amica della principessa Elena. Quando Elena era stata scelta in moglie da Re Augusto, aveva portato con sé Bianca e la piccola Corvina.
Elena stessa aveva avuto una figlia...bionda e delicata come un pulcino, cresciuta in bellezza, bontà e grazia, ma così delicata e sensibile da far pensare che mai avrebbe potuto affrontare tutte le responsabilità di una futura regina.
Corvina e Floriana, così si chiamava la principessa, erano molto legate, avevano giocato insieme per tanti anni e condiviso i precettori reali, entrambe avevano ricevuto un'ottima istruzione, in più Corvina eccelleva nell'arco e nel maneggiare la spada. A vederla duellare, non avresti saputo dire fosse uomo o donna.
Ora che non erano più bambine sognavano il loro futuro...
Floriana si vedeva accanto ad un saggio e premuroso principe reggente. Corvina non era sicura di volersi sposare ma era certa che avrebbe avuto una vita piena di avventure ed esperienze eccitanti.
Entrambi i sogni, però, furono infranti, allorché una grande guerra vide coinvolto Re Augusto ed i suoi alleati. Il perfido Re Marco, che da tempo minacciava i confini del regno di Augusto, decise di invaderlo con il suo forte esercito portando morte e distruzione, dapprima nelle periferie e poi sempre più vicino al castello, che in breve venne assediato.
Il Re Augusto, d'accordo con la regina e la sua dama, decise di allontanare le due giovani che vennero affidate al capitano della guardia reale, perché le portasse in salvo presso qualche regno amico. Consegnarono alla principessa l'anello con il sigillo, perché potesse farsi riconoscere, una lettera e dei denari che garantissero un viaggio tranquillo. Le fanciulle abbracciarono i genitori e non senza riluttanza lasciarono la loro amata casa travestite da contadine. Si muovevano per vie secondarie, senza parlare con nessuno, fermandosi solo in locande fuori mano. Floriana tremante si stringeva a Corvina che con aria sicura si muoveva nel buio e tra la gente. Il capitano però cominciava a dare segni di impazienza e cominciava a mancare di rispetto alle giovani, finché una notte Corvina, che non riusciva a prendere sonno, ascoltò per caso una conversazione fra alcuni balordi e colui che avrebbe dovuto scortarle.
Le intenzioni del capitano erano chiare, le avrebbe vendute per pochi denari, derubandole della lettera e dell'anello. Corvina che era assai coraggiosa balzo fuori all'improvviso e con scatto felino rubò la spada al capitano, trafiggendolo a morte. Poi affrontò i due omacci che, impreparati ad una simile avversaria, caddero sotto i suoi colpi. Poi veloce tornò in camera. Andò allo specchio e si tagliò la lunga treccia nera, smise gli abiti da donna, prendendo in prestito alcuni vecchi indumenti da uomo, appartenuti al figlio della locandiera ed insieme alla sgomenta Floriana, che ancora non aveva compreso l'accaduto, lasciò il posto alle prime luci dell'alba.
Da quel momento Corvina nascose le sue vere sembianze sotto abiti maschili, per meglio difendere se stessa e la principessa.
Le due donne non parlavano mai con nessuno, quando necessitavano di cibo e alloggio Corvina abbassava il tono della voce e nessuno sospettava mai nulla.
Attraversarono molti paesi devastati dalla guerra, condivisero la fame e il freddo con la gente che aveva perso tutto durante i crudeli attacchi dell'esercito di Re Marco.
Giunte quasi al confine, le due donne si imbatterono in un piccolo gruppo di soldati capeggiati da un giovane condottiero. Il capitano, dalla figura forte e sicura, portava una bella barba bruna e aveva occhi intensi e dolci. Corvina sentì le sue guance arrossire allorché quegli occhi si posarono su di lei. Il giovane si offerse di scortare la bionda fanciulla ed il suo accompagnatore fino ad un luogo sicuro ma, proprio in quel momento, vennero accerchiati da una marmaglia di ladroni in cerca d'oro e di armi. Immediatamente cominciò la battaglia e Corvina, mettendo in salvo l'amica, si battè con audacia a fianco del giovane, al quale infine salvò la vita. I pochi ladroni rimasti si diedero alla fuga.
Il giovane condottiero ringraziò calorosamente lo sconosciuto e, presentandosi come il principe Ruggero di Terrabruciata, lo invitò, insieme alla donna che proteggeva, presso il suo castello.
Le due fanciulle conoscevano il regno di Terrabruciata e sapevano che il suo sovrano era un buon amico di Re Augusto. Quindi seguirono fiduciose il principe.
Arrivati a palazzo gli ospiti furono accompagnati in calde e accoglienti stanze.
Dopo molto tempo poterono ritemprarsi con un bel bagno e riposare in morbide lenzuola.
Furono dati abiti nuovi ad entrambe, una bella veste color del cielo a Floriana ed un completo di velluto blu al suo coraggioso accompagnatore. E così abbigliate le due fanciulle si presentarono ai sovrani. Tutta la corte rimase abbagliata dalla bellezza soave di Floriana e quando questa presentò la lettera del padre e mostrò l'anello col sigillo reale l'accoglienza fu ancora più calorosa. Ma la sorpresa maggiore fu il momento in cui Floriana rivelò a tutti l'identità della sua scorta, che sfilandosi il copricapo lasciò cadere sulle spalle gli splendidi capelli neri, che nel frattempo erano ricresciuti.
Il principe Ruggero rimase estremamente colpito dalla bellezza di Corvina e ricordando la sua maestria nella battaglia e il suo coraggio, se ne innamorò perdutamente.
D'altro canto l'avvenenza e la dolcezza di Floriana avevano fatto breccia nel cuore di Renato, il fratello minore di Ruggero.
Il re e la regina non poterono che approvare queste felici unioni.
Ben presto la guerra finì e il prepotente Re Marco fu sconfitto ed ucciso in battaglia. Floriana poté riabbracciare i suoi genitori e Corvina la sua amata mamma.

Poi entrambe convolarono a nozze e vissero felici per lungo tempo accanto ai loro sposi, condividendo oneri e onori, dimostrandosi entrambe regine sagge e virtuose.

lunedì 23 gennaio 2017

La piccola fata




La piccola fata

Iniziò tutto un mattino di fine inverno, in quel mondo ovattato appena prima del risveglio. Nel silenzio della casa quel suono, un piccolo “etcì” soffocato, risuonò forte come un colpo di cannone. Faticando per emergere dai sogni, mi guardai intorno e rivolsi uno sguardo interrogativo alla gatta Bianca acciambellata ai piedi del letto.
“Devo averlo sognato” mi ripetevo, ma non riuscivo a convincere nemmeno me stessa. Qualcuno aveva starnutito nella casa silenziosa. Saltai giù dal letto e, rinunciando alla tentazione di preparare per prima cosa un bel caffè, mi misi a cercare ovunque. Naturalmente fu Bianca a farmi capire che c’era qualcosa tra i vasi di piante, puntando in quella direzione e agitando nervosa la coda.
Mi abbassai per vedere meglio, ma c’erano solo la terra umida e gli steli della Spathiphyllum e  della Zantedeschia.
Poi, proprio mentre guardavo quel nulla, un altro piccolo “etcì” mi fece distinguere una figurina trasparente, che si faceva piccola piccola dietro le foglie della Calathea. Era tutta verde, alta più o meno dodici centimetri e con ali piuttosto grandi che vibravano rapidamente. Era difficile da distinguere, perché incerta come un’immagine sul punto di svanire.
«Non temere. Non ti farò del male» cercai di rassicurarla, parlando pianissimo per  paura di fare qualcosa di sbagliato. La piccola figura si portò esitante sul bordo del vaso.
«Hai preso freddo, poverina» dissi vedendo come rabbrividiva stringendo le piccole braccia al corpo. Lei annuì. Le proposi un poco di latte caldo con miele e annuì di nuovo, volando rapidamente vicino ai fornelli. Preparai in silenzio un caffè per me e misi a scaldare un po’ di latte.
Spezzava il cuore, vederla seduta a gambe incrociate sulla cucina a protendere le manine verso la fiamma in cerca di un po’ di calore. Così le offrii una presina imbottita come cuscino, versai il latte nel tappo di una bottiglia di plastica, aggiunsi una goccia di miele e glielo porsi, raccomandandole di stare attenta a non scottarsi.
Il mio premio fu sentire per la prima volta la sua voce, mentre mi ringraziava. Era una voce da ruscello, trillante eppure distinguibile.
Preparai la colazione per Bianca e infine io e la piccola fata ci dividemmo un biscotto, osservandoci a vicenda con aperta curiosità. Adesso la sua immagine era di un bel verde intenso, con striature più scure.  Aveva lineamenti delicatissimi, con membra esili e affusolate. Teneva le ali riunite dietro la schiena, come una farfalla, e quelle erano la cosa più sorprendente di tutte, ornate di venature di mille sfumature di verde come le foglie degli alberi.  
Parlammo per un po’, scambiandoci i rispettivi nomi e raccontandoci nel nostro amore per le piante, la cosa che più ci univa. Poi la piccola fata si alzò, mi ringraziò ancora per l’ospitalità e disse che doveva andare. Aprii a malincuore la finestra e la guardai volare rapidamente sulle foglie dell’albero davanti alla casa, dove mi fece ancora un piccolo saluto prima di svanire chissà dove.
Ma fu al mattino dopo che mi resi conto di non aver sognato. Al risveglio tesi l’orecchio, sentendo solo il silenzio che avvolgeva la casa. Ma quando mi alzai dal letto non riuscivo a credere ai miei occhi. All’improvviso tutte le piante che tenevo in casa e sul balcone erano fiorite. I ciclamini splendevano di fiori accanto alle primule colorate, alle viole, alle rose e ai gerani. In casa, tutte le orchidee avevano aperto corolle di mille colori. Le piante verdi avevano gettato nuovi germogli. Ero stupefatta e felice, per quella fioritura improvvisa che aveva trasformato la mia casa e il mio balcone in un giardino impossibile, con tutte le piante fiorite nello stesso tempo.
Sapevo chi dovevo ringraziare, ma non come farlo.
Da allora, una piccola lanterna accesa orna il mio balcone nelle sere più fredde e accanto c’è sempre una minuscola tazza di porcellana per bambole, piena di latte caldo e miele. A volte la ritrovo intatta al mattino, ma altre volte è svuotata e i pezzetti di biscotto sul piattino sono spariti. Saprei comunque di avere ricevuto visite, perché i miei fiori e le mie piante in quei giorni sono più belli e più colorati, anche se hanno ripreso a fiorire solo quando è giunto il loro tempo.

Non ho mai più rivisto la piccola fata, ma sapere che c’è riempie ogni mio giorno di felice mistero e di stupore per le piccole cose che troppo, troppo spesso dimentichiamo di vedere. 


L'immagine è mia. Chi è arrivato a leggere fin qui può guardare bene il centro della foto... C'è un contorno d'ali... Forse?

domenica 29 novembre 2015

Due fiabe per un'immagine






Bella questa immagine vero?

Reperita sul web, ha ispirato due fiabe diversissime.

Vorrei tanto sapere quale preferite e perché. Buona domenica!





La spada
Controvoglia si era messo sotto le coperte, pronto a dormire. Era molto fiero di sé, quella sera aveva scritto la sua lettera a Babbo Natale e la mamma, quando gli aveva dato il bacio della buonanotte, aveva detto che l’avrebbe spedita subito. 
Non ci volle molto ad addormentarsi nel calduccio del suo letto e iniziare a sognare i regali che avrebbe ricevuto: una bellissima bicicletta con la quale sarebbe sfrecciano per le strade intorno a casa. La vide vicino a un albero, rossa con il sellino bianco e i raggi luccicanti che sembravano quelli del sole. Rimanendo quasi infastidito da quei bagliori si voltò e fu allora che la vide, appoggiata a una roccia, di un color oro, che cambiava in mille altri colori a seconda di come la si guardava. Sì! Sì! Era proprio la spada che aveva chiesto come regalo ed eccola lì pronta per iniziare mille avventure.
Si avvicinò piano, non per paura ma quasi per rispetto, quella era la più bellissima spada che avesse mai visto ed era sua… La prese tra le mani soppesandola come farebbe un cavaliere prima di un duello. Era sorprendentemente leggera e sembrava vibrare al minimo movimento nell'aria ma, cosa ancor più sorprendente, con essa si sentì subito coraggioso, pronto ad affrontare ogni nemico … anche il più cattivo; ed iniziò a fendere l’aria a destra e a sinistra, ora in alto ora in basso e con abilità a lui sconosciuta si immedesimò fingendo di infilzare quello che sembrava essere un terribile animale, ma nella foga perse l’equilibrio e barcollando scontrò con la spada una roccia che al contatto sprigiono come un’ enorme scintilla ed allo stesso tempo un fragoroso boato… Ora si che ebbe un po' di paura e ripresosi dalla sorpresa si accorse che tutto era cambiato intorno a lui. Dov'era finita la bicicletta? e non c’era più nemmeno la ringhiera che circondava la sua casa… la sua casa?… la sua casa?… ripeteva non vedendola più. Tutto era sparito: la bici, la casa , la macchina del papà posteggiata nel vialetto … anche il vialetto con tutti i vasi di fiori che piacevano tanto alla mamma … tutto …tutto … Era solo con la sua spada in mezzo a una radura quando un altro fragoroso tuono accompagnato da una forte luce lo sorprese, ma questa volta un po' più il là, dietro agli alberi. Altri bagliori ed altri boati… incredulo del suo coraggio si avvicinò per guardare cosa stesse accadendo ed eccolo di fronte a lui: un drago che stava combattendo con un terrificante animale dalle sembianze di dinosauro, come quelli che aveva appena studiato a scuola.
La lotta tra i due era spaventosa; uno usava la coda come si usa un bastone e l’altro che schivava i colpi alzandosi in volo con le sue possenti ali, e a sua volta ricambiava con lanci di fuoco che non colpendo il rivale esplodevano sul terreno come farebbe una bomba.
Con sua sorpresa, il bimbo si accorse che, nonostante il drago fosse decisamente più piccolo dell’avversario, si alzava in volo ma invece di scappare tornava sempre nello stesso punto, dove intravide un gattino… il drago stava difendendo il … ma era Macchia il suo gatto… ma che ci faceva lì? Brandendo la sua spada si mise a fianco del drago e con indicibile ardire lo affiancò, aiutandolo nella battaglia. Ora il campo si riempì di lampi e tuoni, vuoi per le manovre del drago e vuoi per la spada, che quando colpiva sprigionava accecanti bagliori.
Il dinosauro nonostante la mole si spaventò di tutto quel fuoco e sempre più incerto indietreggiava sin tanto che di scatto si voltò e incominciò a scappare … Vittoria!
Fu allora che il drago si voltò verso il nuovo compagno e chinandosi gli si avvicinò a pochi centimetri dal viso, quasi a sfiorarlo. ”Mamma, ora mi mangia” pensò il piccolo e chiudendo gli occhi si rassegnò al peggio… quando senti qualcosa di caldo ed appiccicoso sulla guancia … il drago lo stava … baciando? “Ma i draghi non danno baci” pensò e così incuriosito aprì gli occhi e vide il suo cane Birba che gli leccava il viso per svegliarlo.
La mamma, tolto l’animale, si sedette sul bordo del letto e gli disse: “Sono fiera del mio coraggioso giovanotto, che nonostante il terribile temporale di questa notte hai dormito come un angioletto.”




... ed ecco la seconda....


Lo Specchio del Lago

C’era, non c’era, in un tempo lontano, un giovane senza fortune e senza averi.
Trovatosi solo per il mondo con null'altro degli abiti che indossava, decise di mettersi in viaggio verso un luogo di cui aveva tanto sentito parlare: lo Specchio del Lago.
Si diceva che chiunque si specchiasse nelle acqua gelide di quel lago lontano, vedesse all'istante il proprio destino.
Il viaggio era lunghissimo e il giovane si incamminò di buona lena, quando finì in un territorio funestato da un drago. Case in fiamme, raccolti distrutti e gente in lacrime erano lo spettacolo che accompagnava ogni giorno i suoi passi.
“Ah, se solo avessi la forza e i mezzi per salvare queste persone!” si diceva continuando a camminare. Ma poiché non aveva la forza né i mezzi, lasciava che le sue gambe lo portassero lontano.
Arrivò anche in un regno che sembrava tanto prospero, ma in cui non incontrava altro che persone tristissime. Quando chiese a un passante il motivo di tanto sconforto, questi lo informò che la principessa di quel regno, amata da tutti, era stata rapita da un orrendo drago. “Ah, se solo avessi i mezzi per salvarla!” si rammaricò il giovane continuando per la sua strada.
Ma tanta era la fretta di allontanarsi da tutto quel dolore, che smarrì la strada e si perse tra altissime montagne.
Faceva freddo, lassù, e non si incontrava anima viva.
Stanco e affamato, il giovane vagò per giorni, incapace di andare avanti o di tornare da dove era venuto. E per tutto il tempo si lamentò tra sé e sé di non avere ali possenti come quelle di un drago, capaci di portarlo in un battibaleno oltre le alte cime innevate.
Una sera, mentre cercava di scaldare le membra intirizzite accanto al fuoco, cavò dalla tasca alcune nocciole di bosco che aveva raccolto per via. Un magra cena, invero, ma sempre meglio che dormire a pancia vuota. Ma mentre si domandava come fare per spaccare i gusci duri come la pietra, uno scoiattolo tutto tremante gli si fece vicino.
La bestiola gli aprì una nocciola con i denti aguzzi e gliela lasciò lì, guardandolo speranzoso.
“Ecco qua,” si disse allora il giovane offrendo un’altra nocciola allo scoiattolo, “io mi lamento di non avere la forza di un drago, ma questa creatura minuscola e priva di tutto trova il modo di rendersi utile agli altri anche con quel poco che ha.”
Dopo aver condiviso con lo scoiattolo le nocciole e aver dormito con lui accanto al fuoco, al mattino riprese il cammino e ben presto si trovò sulle sponde di un lago scintillante. Ma quando si chinò per bere nelle sue acque cristalline, ecco apparire nell'acqua il riflesso di un drago immenso!
Spaventato, il ragazzo fece un salto indietro, ma avvicinandosi di nuovo cautamente alla superficie, scoprì che il riflesso che vedeva era il suo.
Era lui quel drago. Aveva trovato lo Specchio del Lago e quello che gli mostrava era proprio quello che lui temeva di non aver la forza di affrontare.  
Ma sapevano tutti che lo Specchio del Lago non mentiva.
Dopo quella visione, tutto le sue convinzioni svanirono. Ritrovò la strada per tornare indietro e con null'altro che il proprio ingegno e il proprio coraggio (poiché null'altro gli serviva) sconfisse il primo drago, liberò la principessa, sconfisse l’altro drago e fu ripagato con glorie e onori.
E mai, mai più dubitò dei propri mezzi.
Ma fino alla fine dei suoi giorni, si dice che continuò ogni inverno a portare nocciole di bosco agli scoiattoli che vivevano in cima alle montagne.



venerdì 12 giugno 2015

L'uovo di drago

Quando sulla pagina di Facebook avete votato l'immagine dell'uovo di drago, mi avete messo un po' in crisi.  Molti grandi scrittori hanno trattato questo argomento prima di me in modo magnifico. Che cosa avrei potuto dire, di nuovo?
Grazie a Dianora per avermi messo sulla strada giusta. E allora, ecco la vostra fiaba.






L’uovo di drago

Clarallegrabella non era una fata silenziosa. Come incaricata della cura delle uova di drago, e di carattere MOLTO irrequieto, aveva inventato un sistema per portarsi appresso le uova ovunque andasse, appese alla cintura come un ammasso multicolore e tintinnante. 

Poco male per le uova di drago, che sono resistentissime e si schiudono solo quando è tempo, ma per gli abitanti del bosco sentire quello scampanellio continuo non era molto piacevole. Invano i folletti, gli gnomi e gli altri abitanti del bosco avevano pregato la fata di starsene un po’ a casa, almeno ogni tanto…
Quando spaventava i cuccioli o li svegliava nel sonno borbottavano “Sciò! Via di qui!”
Clarallegrabella non ci badava e continuava a scorrazzare di qua e di là, accompagnata da tutte le sue uova tintinnanti.

Non proprio tutte, a dire il vero. Perché quel giorno, non riuscendo proprio resistere a quelle belle ciliegie che le sorridevano dall’albero, la fata si arrampicò agilmente fino in cima e non discese fino a quando non ebbe le labbra rosse rosse e un gradevole senso di soddisfazione nel pancino.

Proprio non si accorse dell’uovo di drago rosso come le ciliegie rimasto impigliato a un ramo. Chi avrebbe potuto notarlo?

Solo a sera inoltrata, quando finalmente tornata a casa contò come d’abitudine le uova, si accorse di averne perso uno. Senza indugio accese le ali notturne, che emanavano un bel bagliore dorato, e si mise a cercare per tutto il bosco. Ma niente. 

L’uovo di drago, intanto, dopo avere oscillato gradevolmente per un po’ sospinto dalla brezza primaverile, era capitombolato giù dall’albero, rotolando per un bel pezzo lungo un pendio erboso. 
Lo avevano fermato le radici di un albero, che purtroppo, nascondevano una tana profonda. 

Il ghiro che la abitava si era indignato non poco, quando l’uovo lo aveva colpito dritto sul muso.
Aveva già indossato la camicia e la berretta da notte e non prese affatto bene quell’aggressione involontaria.
Subito gettò l’uovo fuori dalla tana, borbottando: “Ma guarda se uno non può starsene tranquillo nemmeno nella sua casa! Sciò! Via di qui!”

L’uovo continuò a rotolare e rotolare, fino a quando finì in un allegro torrente, disturbando non poco un ranocchio che proprio in quel momento era impegnato in una serenata gracidante piuttosto complicata. “Sciò! Via di qui!” urlò il ranocchio, ma l’uovo era già atterrato su una bella foglia di ninfea che navigava tranquilla sulle acque.

Insomma, tranquilla fino a quando non arrivarono le rapide, perché a quel punto l’uovo fu sbalzato sulle rocce, e rimbalzò andando a colpire la coda di un topolino che stava per l’appunto sfuggendo a un gatto…
Il topolino si liberò la coda con una strattone e gridò: “Sciò! Via di qui!.”
Ma l’uovo era già rotolato lontano…

Insomma, sarebbe lungo raccontare tutte le peripezie del povero uovo di drago in quella notte, ma molte ore e molti “Sciò!” dopo, l’uovo finalmente si fermò in una radura inondata dalla luna piena e si schiuse, così, tutto solo.

Ora, dovete sapere che anche per i draghi la prima cosa in movimento che vedono al momento della schiusa rimarrà per sempre importante e desiderata. Per sfortuna, la prima cosa che vide il draghetto fu la luna, che sembrava uscire proprio in quel momento da alcune nubi leggere…

Subito il piccolo drago cercò di spiccare il volo per andare da quella cosa così bella e bianca, ma per fortuna non aveva ancora imparato a volare. 
Faceva solo dei gran salti, piagnucolando sommessamente e ricadendo ogni volta sull’erba.

Fu così che lo trovò Clarallegrabella all’alba, il guscio rosso ciliegia abbandonato poco distante. 
La fata lo raccolse delicatamente e lo studiò avvicinandoselo al viso. 
Subito fu presa da una tenerezza infinita per quel povero drago quasi-sperduto e gli disse teneramente: “Ma chi sei tu?”

Il drago la guardò a sua volta e poi, purtroppo, cercò di pronunciare quella parola che aveva sentito infinite volte prima di nascere: sciò.
Purtroppo, la pronuncia di una simile parola, in un drago appena nato, porta inevitabilmente a qualche fiammata incontrollata…

La fata si ritrovò in un lampo con le punte delle alucce bruciacchiate e tutto il viso sporco di fuliggine. 

Siccome aveva un grande senso dell’umorismo, decise di chiamare il piccolo drago proprio così: Sciò. Si fece una risata e lo riportò a casa, senza sapere che un’altra sorpresa l’attendeva. Perché quella sera, al sorgere della luna, Sciò iniziò a pingere e a cercare in tutti i modi di spiccare il volo. 

Da allora, la fata imparò a trovarsi sempre a casa e con le finestre ben chiuse a ogni sorgere di luna, passando quasi sempre la notte a cercare di trattenere Sciò. 
Così, durante il giorno era tanto stanca da gironzolare molto meno, con buona pace di tutti gli abitanti del bosco, che da quel giorno dovettero usare la parola Sciò solo per chiamare il loro nuovo amico. 

   

     

lunedì 5 maggio 2014

Ai nastri di partenza!




E così, ci siamo. La Disfida è ufficialmente partita.
Adesso le fiabe ci terranno compagnia per un mese intero. Scopriremo insieme strada facendo quello che succede. Siamo un po’ folli, forse, come ci esorta a essere Steve Jobs, ma di sicuro siamo dei folli benevoli e forse felici.
Sarebbe troppo lungo l’elenco delle persone stupende che dovrei ringraziare fin qui. Blogger di talento, persone disponibili e gentili di ogni settore che si sono adoperate per arrivare con noi ai nastri di partenza.
Grazie a tutti. Anche a voi che leggete.
Siete tutti invitati a votare le fiabe, a scegliere o proporre spunti per scriverne altre, a scrivere fiabe per prendere parte alla Disfida.
Se avete una fiaba nel cuore, se avete voglia di percorre insieme i sentieri di Feeria, questo è il momento giusto.
Vi prego, buttatevi, non abbiate paura.
Vi ricordo come funziona. Sulla pagina di Facebook, ci sono diversi spunti per le fiabe. Scegliete i vostri preferiti e cliccate su Mi piace per votarli.
Ogni giorno alle 21, si guarda quale è lo spunto più votato, che diventa l’argomento di una fiaba da scrivere e presentare sulla pagina Facebook della Disfida (per intero o tramite link) entro la mezzanotte del giorno dopo.
E così via ogni giorno, per un mese.
Per votare le fiabe preferite, basta mettere Mi piace sulle fiabe scelte. In questo modo sarete voi e solo voi a decidere chi vincerà questa lunga sfida.
Giocate, divertitevi…
È tutto qui.

Il più bello dei mari

Il più bello dei mari

È quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli

Non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

Non li abbiamo ancora vissuti.

E quello che vorrei dirti di più bello

Non te l’ho ancora detto

(Nazim Hikmet)