lunedì 12 settembre 2016

Oro vivo




Oro vivo

Era iniziato tutto così, una notte,  quando un’enorme lastra di roccia si era staccata di colpo dalla cima della montagna ed era precipitata a valle, trascinando con sé quintali di pietre e massi.
L’impatto era stato così violento da rompere una parete di roccia, facendo entrare per la prima volta un raggio di luce nella pancia della montagna.

Una pepita d’oro, incastonata da sempre nella roccia, si era stupita di quel raggio di luna e ancor di più di quel pezzettino di cielo pieno di stelle.
Poi, quando il sole del mattino l’aveva investita in pieno, era saltata giù, si era stiracchiata e si era guardata intorno piena di meraviglia, imitata ben presto da tante altre pepite d’oro grandi e piccole, intente  ad assaporare per la prima volta la luce, il calore e lo stupore di essere vive.
Quando il sole, nella sua corsa nel cielo, aveva iniziato a inclinare i suoi raggi, ritirandoli verso l’apertura, l’oro vivo ne aveva seguito goloso il percorso, ritrovandosi all'aperto.

“Ah!” sospirò Pepita sentendo per la prima volta sotto di sé il fresco umido e profumato dell’erba e del muschio.
Ma quel sole d’oro continuava a spostarsi e le pepite vive ne seguivano deliziate la luce, mandando bagliori felici che lì, in cima alle montagne, nessuno vedeva.

No. Non proprio nessuno.
Un Uomo Avido che stava perlustrando i monti notò quel luccichio e, posati il piccone e il setaccio che aveva in spalla, decise di sfruttare l’ultima ora di luce prima del tramonto per andare a vedere.
Dopotutto, era un cercatore d’oro. Nientemeno.

La luce del sole stava andando a nascondersi dietro le cime quando l’Uomo Avido sbucò all'improvviso proprio là dove l’oro vivo si stava crogiolando senza un pensiero al mondo.

Pepita non aveva mai visto un essere così pieno di buio e ne ebbe paura.
“Scappaaa!” urlò d’istinto senza rivolgersi a nessuno in particolare e, un po’ rotolando e un po’ rimbalzando, si lasciò scendere lungo il fianco della montagna fino a quando si arrestò con un tonfo dentro al torrente.  Le altre pepite l’avevano seguita e, trovando piacevole il mormorio dell’acqua fresca intorno a loro, decisero di rimanere lì, a farsi cullare, mentre il sole si spegneva e si accendevano di nuovo la luna e le stelle.
Dell’essere buio non c’era più nessuna traccia e l’oro incorruttibile non temeva il contatto dell’acqua.

Ma alle prime luci dell’alba l’Uomo Avido era già sulle sponde del torrente, imprecando contro il cielo coperto di nuvole che rendeva più difficile la sua ricerca.
Le pepite d’oro vivo si aggrapparono sul fondo del torrente e rimasero lì, zitte zitte, cercando di non farsi notare.
Fu il sole traditore, a rivelarle. Un raggio dispettoso riuscì a bucare le nuvole e finì dritto dritto sul quel tratto di torrente, facendo luccicare le pepite come fari nella notte.
“Scappaaa!” strillò Pepita mentre il cercatore d’oro si avvicinava a grandi passi. Si abbandonarono alla corrente, ma l’uomo buio fu più veloce di loro e le imprigionò tra le maglie arrugginite del suo setaccio. Le raccolse, le chiuse in sacco di pelle ben legato e, dopo un tempo che parve infinito, le scaraventò dentro una cassaforte.  Era un posto buio e soffocante, senza nemmeno la freschezza e i suoni gentili dello sgocciolio d’acqua che le confortavano quando erano nella montagna.

Le pepite diventarono molto tristi.
Così, quando l’Uomo Avido le prese e le rovesciò sul tavolo per valutarle, pesarle e bearsi della propria ricchezza, Pepita non esitò a lanciare ancora una volta il grido “Scappaaa!” aggiungendo subito dopo “Sparpagliamoci!”
Le pepite d’oro vivo si tuffarono giù dal tavolo e iniziarono a rotolare i tutte le direzioni, chi trovando scampo nella fessura sotto la porta, chi imboccando la finestra, chi tra le crepe delle assi del pavimento. Ben presto si trovarono tutte fuori, continuando a rotolare tra i prati, sui sentieri, tra le radici degli alberi.

Pepita si ritrovò tutta sola, ma continuò ad avanzare, anche se era stanca, per allontanarsi il più possibile da quell'uomo pieno di buio.
Nel suo lungo vagare, imparò a conoscere gli esseri umani, le loro preoccupazioni, i loro affanni e quella luce che ogni tanto trovava la strada del cuore e li rendeva belli.
E poi un giorno, chissà come, si ritrovò nei pressi di un monastero. Mani gentili la raccolsero e la portarono con deferenza in un laboratorio.

Questa volta Pepita non ebbe voglia di scappare.
Si piegò dolcemente all'azione del ferro e del fuoco, fino ad assumere la forma di uno stupendo fiore di loto.
Il fiore d’oro fu rispettosamente adagiato ai piedi di una statua dello stesso metallo, che raffigurava una divinità portatrice di luce, speranza e compassione.
Lì, cullata dalle preghiere sommesse e dalla luce delle candele votive, Pepita veniva spesso sfiorata da mani che non osavano toccare direttamente la divinità, ma supplicavano per un aiuto di cui avevano bisogno.

Con il tempo, Pepita comprese che, proprio come la fiamma di una singola candela poteva accenderne altre mille senza per estinguersi o affievolirsi, lo stesso poteva fare lei con la sua luce incorruttibile di oro vivo. Poteva regalare un raggio di speranza e comprensione a ogni persona in preghiera. Alcuni lo lasciavano morire, quel raggio di luce, e dovevano tornare spesso, ma altri erano così bravi da riuscire a conservare la luce nel cuore e a farla crescere nel tempo, tanto che Pepita, quando tornavano a pregare, non avrebbe più saputo dire se fosse lei a donare luce a loro o se fossero loro a illuminare lei.

Ma non aveva importanza, perché il buio, anche se per gradi, stava arretrando. 


Buonanotte. Buone fiabe. 


domenica 11 settembre 2016

Come Thoreau

"Sono andato nei boschi perché volevo vivere consapevolmente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, vedere se potessi imparare ciò che dovevo insegnare e non dover scoprire, al momento della morte, di non aver vissuto."

Thoreau (Da Walden - Vita nei boschi)









Lo so. È stato un lungo silenzio.
So che in senso generale è sbagliato. Ho letto anch'io tutti i manuali e le istruzioni per  i social e i blog e le raccomandazioni ripetute all'infinito di pubblicare regolarmente.

Ma io avevo bisogno di fermarmi per  tanti ottimi motivi.

Il primo: dovevo capire dove voglio andare.
Per tutta la vita ho cercato di fare la “cosa giusta”: compiacere i genitori, gli insegnanti e dopo i datori di lavoro, il marito, la suocera, cercando di fare del mio meglio per mio figlio. Anche se poi me lo sono dovuta crescere da sola. Volevo essere una brava persona. Io, figlia di una casalinga, volevo riuscire a tenere insieme tutti i pezzi tra lavoro, casa, affetti e chissà che altro.  
Ve lo devo dire: nel mio caso non ha funzionato. L’unica cosa che sono riuscita a ottenere sono state perdite pesanti e, soprattutto, l’aver perso me stessa per strada.
Perché in questo infinito mare di regole insulse, in questo cercare di adeguarsi agli innumerevoli “si fa così” stabiliti da chissà chi e per quale motivo, io ero diventata niente di più di una maschera. Magari accettabile, ma vuota.
Se qualche mese fa mi aveste chiesto chi ero e che cosa volevo davvero, vi avrei risposto con una sfilza di luoghi comuni alla prima domanda e non avrei saputo rispondere alla seconda.
Non lo sapevo più, che cosa volevo davvero.
Ero in caduta libera, come Alice nella tana del Bianconiglio, e potevo solo sperare che prima o poi la caduta sarebbe finita, preferibilmente su un mucchio di foglie per non farmi troppo male.

Questa crisi ci vuole, almeno una volta nella vita. Dopo che i figli sono diventati grandi, gli amori perduti e ogni dannata parte della società si è servita a dovere di un pezzettino di noi, prendersi il tempo per ricostruirsi e per decidere una buona volta in che direzione andare seguendo solo la bussola del cuore è un nostro sacrosanto diritto. 
Come Thoreau, volevo scoprire che cosa è essenziale per non dovermi accorgere, al momento della morte, di non aver vissuto.
La scritta che vedete nella foto è sistemata vicino al lago Walden, tra i boschi degli Stati Uniti, dove visse da solo per diversi anni.

Il secondo motivo: dovevo ritrovare la mia voce.
Per circa 20 anni l’ho prestata agli editori, collaborando con periodici o facendo traduzioni. Dietro di me c’è sempre stato un editore, un direttore o un caporedattore a dirmi quali argomenti, delle miriadi di proposte che facevo, potevo trattare e in che modo. C’è sempre stato uno stile editoriale ben preciso a cui adeguarsi, su cui costruire frasi e periodi. E una lunghezza stabilita per farci stare quello che avevo da dire.
Intendiamoci, adoro l’editoria. È il mio pane. È stata quella che mi ha permesso di essere un genitore single e lavorare senza avere l’impressione di “abbandonare” mio figlio in mani mercenarie, anche se a prezzo di tanto stress, tanta ansia per le scadenze e nessuna sicurezza. .
Ma dopo tutti questi anni non sapevo più nemmeno da che parte iniziare per recuperare la mia vera voce. Quella degli esordi, quella piena di entusiasmo e di sogni e di speranze.
Tiziano Terzani lo racconta molto bene, questo malessere che a volte prende i giornalisti da lunga data nel suo libro “Un indovino mi disse”, spiegando che alla fine si ha l’impressione di usare sempre le stesse parole “consumate”.

Gli altri motivi (e ce ne sono) ve li risparmio.

Adesso sono qui. Atterrata e anche un po’ ammaccata.
Sarà il tempo a dire se la mia lunga caduta mi ha portato nella grotta di Aladino o solo in uno stralunato Paese delle Meraviglie.

Ma a tutti voi che siete rimasti con pazienza ad aspettare, grazie. Grazie di cuore. 






venerdì 15 gennaio 2016

La casetta nera

Finalmente una nuova fiaba per il fine settimana.

Ringrazio il blog The rooms of my life per la gentile concessione della splendida immagine che me l'ha ispirata.




La casetta nera

C’era una volta un ridente villaggio arrampicato su una dolce collina, pieno di graziose casette di tutti i colori che si pavoneggiavano nelle belle giornate primaverili.

“Guardate come sono bella!” diceva una casetta gialla che scintillava nella luce del sole attirando tutti gli sguardi.
“E io, allora?” interveniva una casetta azzurra: ”Persino il cielo mi ha rubato il colore!”

Quello che è certo è che quelle casette, tutte insieme, erano proprio belle e i visitatori se le indicavano l’un l’altro senza stancarsi mai di guardarle.

Solo una casetta se ne stava sempre zitta, in disparte. Il suo esterno era nero come la pece e, anche se le stanze al suo interno erano chiare e ariose, nessuno aveva mai voluto abitarci.

Arrivò l’estate e tutti i balconi e i davanzali si coprirono di fiori che rendevano le costruzioni ancora più allegre e attraenti. Rossi gerani attiravano gli sguardi e petunie di tutti i colori tracimavano dai vasi come cascate di arcobaleno. Ma naturalmente nessuno mise fiori alle finestre della scura casetta disabitata.

Quando venne anche l’autunno e i grandi alberi iniziarono a perdere le foglie, le case gialle, ocra e rosse si stagliarono orgogliose contro l’orizzonte richiamando i colori delle foglie, come dipinte direttamente dalla mano di Dio per ornare il paesaggio, ma ancora una volta la casetta nera sembrava fuori luogo, quasi estranea a quel borgo così felice.

Infine giunse anche l’inverno, che con la sua fredda luce e la foschia rese tutto indistinto e un po’ triste, mentre la neve ricopriva ogni cosa.
E poi ci fu il giorno della grande tormenta. La neve vorticava nell’aria mentre uno straniero sperduto cercava faticosamente di orientarsi in tutto quel bianco.
Era stanco, affamato e gli bruciavano gli occhi per lo sforzo di scrutare tra i fiocchi candidi che sembravano ricoprire ogni cosa.
Portava con sé un prezioso fagotto, coperto con cura per evitare che il freddo ne danneggiasse il contenuto.
Quando ormai iniziava a perdere ogni speranza di trovare un riparo, ecco svettare da lontano una macchia scura come la pece.
Lo straniero ne fece il suo faro, e seguendo quella macchia scura riuscì finalmente a trovare riparo nel villaggio.

Si stupì molto, quando scoprì che quella casetta dai muri neri che lo aveva salvato era vuota e subito chiese di andarci ad abitare.
Una volta acceso un bel fuoco scoppiettante nel camino, svolse con cura il suo fagotto.
Conteneva un prezioso tulipano nero, forzato a fiorire d’inverno e rarissimo.
La casetta nera provò un brivido di piacere nell’essere finalmente abitata e capì immediatamente di avere trovato una persona che andava a puntino per lee, come lei per lui.

Da allora la casetta splende di vita in ogni stagione, con rarissimi tulipani e iris neri che ne ornano i davanzali nella bella stagione e stupende stelle di neve che la ornano durante l’inverno mentre sul balcone, in una piccola serra, altri rari fiori neri si preparano per la prossima primavera.


    




mercoledì 13 gennaio 2016

Certe volte....

Certe volte vorrei essere davvero una strega cattiva e trasformare qualcuno in ranocchio....

Peccato che non si può. 

Ecco che cosa è successo con l'esperimento della fiaba collettiva sulla pagina FB. 

Ho proposto un inizio:

"Occhidambra tirò un calcio alla polvere della strada, chiedendosi ancora una volta come fosse possibile che la siccità proseguisse ancora.
 Non pioveva da mesi...." 

e in tanti si sono prestati a proseguire, aggiungendo frasi per far proseguire la storia, che stava diventando così:

"Occhidambra tirò un calcio alla polvere della strada, chiedendosi ancora una volta come fosse possibile che la siccità proseguisse ancora.
 Non pioveva da mesi e quelli che prima erano lussureggianti pascoli dipinti da mille colori ora apparivano come spettrali paesaggi lunari. Gli alberi avevano ormai perduto tutte le loro foglie e ripiegati su loro stessi sembrava aspettassero solo che il gelido vento del nord li spezzasse definitivamente.
Aveva percorso più volte quel sentiero che serpeggiava tra campi e si inoltrava in fitte boscaglie , spesso sentiva il rumore del vento che scuoteva rami foglie....quasi pareva parlassero tra loro, ora quei rami orfani di foglie si rivestono di strane figure, figure alate che volteggiano, si rincorrono e si posano quasi a fare da ornamento a rami desiderosi di compagnia.
Tornare indietro non si poteva ed andare avanti poneva molte domande.  Il Gufo Solitario lo guardò dritto negli occhi quasi a rassicurare Occhidambra...."La strada è lunga e difficile ma la Regina della Pioggia ti aiuterà....corri piccolo amico della Terra, occorre il tuo aiuto."
Così il ragazzo si armò di coraggio e determinazione e con i soli abiti che teneva indosso, partì alla volta dell'ignoto. Nel cuore custodiva le parole d'amore e sprone della mamma, nell'anima portava il dolore e la speranza dei suoi compaesani, che da molto ormai soffrivano la fame e fiduciosi avrebbero atteso il suo ritorno.
Il Gufo Solitario lo guardò allontanarsi, mentre il buio della notte copriva ogni cosa. “Avrà bisogno del mio aiuto,” pensò. “I suoi occhi non sono abituati all’oscurità come i miei.” Così, spalancate le ali, si apprestò a seguirlo.
Ignara di tutto, la Regina della Pioggia…"


... e a questo punto il post è sparito. O meglio, io lo vedevo, ma gli altri no. 
Mistero misterioso, non è vero?

Adesso ho rilanciato. Speriamo che funzioni. I contributi sono i benvenuti.



martedì 29 dicembre 2015

Fiaba in corso....

Stiamo giocando alla grande, sulla pagina Facebook della Disfida. 

Abbiamo iniziato una fiaba collettiva e chi vuole aggiunge un passaggio.
Ecco il risultato fin qui, a cui hanno contribuito diverse persone:


Occhidambra tirò un calcio alla polvere della strada, chiedendosi ancora una volta come fosse possibile che la siccità proseguisse ancora.

 Non pioveva da mesi e quelli che prima erano lussureggianti pascoli dipinti da mille colori ora apparivano come spettrali paesaggi lunari. Gli alberi avevano ormai perduto tutte le loro foglie e ripiegati su loro stessi sembrava aspettassero solo che il gelido vento del nord li spezzasse definitivamente.

Aveva percorso più volte quel sentiero che serpeggiava tra campi e si inoltrava in fitte boscaglie , spesso sentiva il rumore del vento che scuoteva rami foglie....quasi pareva parlassero tra loro, ora quei rami orfani di foglie si rivestono di strane figure, figure alate che volteggiano, si rincorrono e si posano quasi a fare da ornamento a rami desiderosi di compagnia.

Tornare indietro non si poteva ed andare avanti poneva molte domande.  Il Gufo Solitario lo guardò dritto negli occhi quasi a rassicurare Occhidambra...."La strada è lunga e difficile ma la Regina della Pioggia ti aiuterà....corri piccolo amico della Terra, occorre il tuo aiuto."

Così il ragazzo si armò di coraggio e determinazione e con i soli abiti che teneva indosso, partì alla volta dell'ignoto. Nel cuore custodiva le parole d'amore e sprone della mamma, nell'anima portava il dolore e la speranza dei suoi compaesani, che da molto ormai soffrivano la fame e fiduciosi avrebbero atteso il suo ritorno.

Il Gufo Solitario lo guardò allontanarsi, mentre il buio della notte copriva ogni cosa. “Avrà bisogno del mio aiuto,” pensò. “I suoi occhi non sono abituati all’oscurità come i miei.” Così, spalancate le ali, si apprestò a seguirlo.


Ignara di tutto, la Regina della Pioggia…


Come andrà a finire questa storia?
Chi vuole contribuire è il benvenuto.

domenica 29 novembre 2015

Due fiabe per un'immagine






Bella questa immagine vero?

Reperita sul web, ha ispirato due fiabe diversissime.

Vorrei tanto sapere quale preferite e perché. Buona domenica!





La spada
Controvoglia si era messo sotto le coperte, pronto a dormire. Era molto fiero di sé, quella sera aveva scritto la sua lettera a Babbo Natale e la mamma, quando gli aveva dato il bacio della buonanotte, aveva detto che l’avrebbe spedita subito. 
Non ci volle molto ad addormentarsi nel calduccio del suo letto e iniziare a sognare i regali che avrebbe ricevuto: una bellissima bicicletta con la quale sarebbe sfrecciano per le strade intorno a casa. La vide vicino a un albero, rossa con il sellino bianco e i raggi luccicanti che sembravano quelli del sole. Rimanendo quasi infastidito da quei bagliori si voltò e fu allora che la vide, appoggiata a una roccia, di un color oro, che cambiava in mille altri colori a seconda di come la si guardava. Sì! Sì! Era proprio la spada che aveva chiesto come regalo ed eccola lì pronta per iniziare mille avventure.
Si avvicinò piano, non per paura ma quasi per rispetto, quella era la più bellissima spada che avesse mai visto ed era sua… La prese tra le mani soppesandola come farebbe un cavaliere prima di un duello. Era sorprendentemente leggera e sembrava vibrare al minimo movimento nell'aria ma, cosa ancor più sorprendente, con essa si sentì subito coraggioso, pronto ad affrontare ogni nemico … anche il più cattivo; ed iniziò a fendere l’aria a destra e a sinistra, ora in alto ora in basso e con abilità a lui sconosciuta si immedesimò fingendo di infilzare quello che sembrava essere un terribile animale, ma nella foga perse l’equilibrio e barcollando scontrò con la spada una roccia che al contatto sprigiono come un’ enorme scintilla ed allo stesso tempo un fragoroso boato… Ora si che ebbe un po' di paura e ripresosi dalla sorpresa si accorse che tutto era cambiato intorno a lui. Dov'era finita la bicicletta? e non c’era più nemmeno la ringhiera che circondava la sua casa… la sua casa?… la sua casa?… ripeteva non vedendola più. Tutto era sparito: la bici, la casa , la macchina del papà posteggiata nel vialetto … anche il vialetto con tutti i vasi di fiori che piacevano tanto alla mamma … tutto …tutto … Era solo con la sua spada in mezzo a una radura quando un altro fragoroso tuono accompagnato da una forte luce lo sorprese, ma questa volta un po' più il là, dietro agli alberi. Altri bagliori ed altri boati… incredulo del suo coraggio si avvicinò per guardare cosa stesse accadendo ed eccolo di fronte a lui: un drago che stava combattendo con un terrificante animale dalle sembianze di dinosauro, come quelli che aveva appena studiato a scuola.
La lotta tra i due era spaventosa; uno usava la coda come si usa un bastone e l’altro che schivava i colpi alzandosi in volo con le sue possenti ali, e a sua volta ricambiava con lanci di fuoco che non colpendo il rivale esplodevano sul terreno come farebbe una bomba.
Con sua sorpresa, il bimbo si accorse che, nonostante il drago fosse decisamente più piccolo dell’avversario, si alzava in volo ma invece di scappare tornava sempre nello stesso punto, dove intravide un gattino… il drago stava difendendo il … ma era Macchia il suo gatto… ma che ci faceva lì? Brandendo la sua spada si mise a fianco del drago e con indicibile ardire lo affiancò, aiutandolo nella battaglia. Ora il campo si riempì di lampi e tuoni, vuoi per le manovre del drago e vuoi per la spada, che quando colpiva sprigionava accecanti bagliori.
Il dinosauro nonostante la mole si spaventò di tutto quel fuoco e sempre più incerto indietreggiava sin tanto che di scatto si voltò e incominciò a scappare … Vittoria!
Fu allora che il drago si voltò verso il nuovo compagno e chinandosi gli si avvicinò a pochi centimetri dal viso, quasi a sfiorarlo. ”Mamma, ora mi mangia” pensò il piccolo e chiudendo gli occhi si rassegnò al peggio… quando senti qualcosa di caldo ed appiccicoso sulla guancia … il drago lo stava … baciando? “Ma i draghi non danno baci” pensò e così incuriosito aprì gli occhi e vide il suo cane Birba che gli leccava il viso per svegliarlo.
La mamma, tolto l’animale, si sedette sul bordo del letto e gli disse: “Sono fiera del mio coraggioso giovanotto, che nonostante il terribile temporale di questa notte hai dormito come un angioletto.”




... ed ecco la seconda....


Lo Specchio del Lago

C’era, non c’era, in un tempo lontano, un giovane senza fortune e senza averi.
Trovatosi solo per il mondo con null'altro degli abiti che indossava, decise di mettersi in viaggio verso un luogo di cui aveva tanto sentito parlare: lo Specchio del Lago.
Si diceva che chiunque si specchiasse nelle acqua gelide di quel lago lontano, vedesse all'istante il proprio destino.
Il viaggio era lunghissimo e il giovane si incamminò di buona lena, quando finì in un territorio funestato da un drago. Case in fiamme, raccolti distrutti e gente in lacrime erano lo spettacolo che accompagnava ogni giorno i suoi passi.
“Ah, se solo avessi la forza e i mezzi per salvare queste persone!” si diceva continuando a camminare. Ma poiché non aveva la forza né i mezzi, lasciava che le sue gambe lo portassero lontano.
Arrivò anche in un regno che sembrava tanto prospero, ma in cui non incontrava altro che persone tristissime. Quando chiese a un passante il motivo di tanto sconforto, questi lo informò che la principessa di quel regno, amata da tutti, era stata rapita da un orrendo drago. “Ah, se solo avessi i mezzi per salvarla!” si rammaricò il giovane continuando per la sua strada.
Ma tanta era la fretta di allontanarsi da tutto quel dolore, che smarrì la strada e si perse tra altissime montagne.
Faceva freddo, lassù, e non si incontrava anima viva.
Stanco e affamato, il giovane vagò per giorni, incapace di andare avanti o di tornare da dove era venuto. E per tutto il tempo si lamentò tra sé e sé di non avere ali possenti come quelle di un drago, capaci di portarlo in un battibaleno oltre le alte cime innevate.
Una sera, mentre cercava di scaldare le membra intirizzite accanto al fuoco, cavò dalla tasca alcune nocciole di bosco che aveva raccolto per via. Un magra cena, invero, ma sempre meglio che dormire a pancia vuota. Ma mentre si domandava come fare per spaccare i gusci duri come la pietra, uno scoiattolo tutto tremante gli si fece vicino.
La bestiola gli aprì una nocciola con i denti aguzzi e gliela lasciò lì, guardandolo speranzoso.
“Ecco qua,” si disse allora il giovane offrendo un’altra nocciola allo scoiattolo, “io mi lamento di non avere la forza di un drago, ma questa creatura minuscola e priva di tutto trova il modo di rendersi utile agli altri anche con quel poco che ha.”
Dopo aver condiviso con lo scoiattolo le nocciole e aver dormito con lui accanto al fuoco, al mattino riprese il cammino e ben presto si trovò sulle sponde di un lago scintillante. Ma quando si chinò per bere nelle sue acque cristalline, ecco apparire nell'acqua il riflesso di un drago immenso!
Spaventato, il ragazzo fece un salto indietro, ma avvicinandosi di nuovo cautamente alla superficie, scoprì che il riflesso che vedeva era il suo.
Era lui quel drago. Aveva trovato lo Specchio del Lago e quello che gli mostrava era proprio quello che lui temeva di non aver la forza di affrontare.  
Ma sapevano tutti che lo Specchio del Lago non mentiva.
Dopo quella visione, tutto le sue convinzioni svanirono. Ritrovò la strada per tornare indietro e con null'altro che il proprio ingegno e il proprio coraggio (poiché null'altro gli serviva) sconfisse il primo drago, liberò la principessa, sconfisse l’altro drago e fu ripagato con glorie e onori.
E mai, mai più dubitò dei propri mezzi.
Ma fino alla fine dei suoi giorni, si dice che continuò ogni inverno a portare nocciole di bosco agli scoiattoli che vivevano in cima alle montagne.



martedì 24 novembre 2015

In un regno



In un regno


In un regno, neanche troppo lontano, viveva Re Gior… ma in realtà neanche lui si ricordava bene il suo nome, per tutti era semplicemente “Sua Maestà”.
Sua Maestà abitava in un castello sulla sommità di una collina che dominava tutta la vallata. All’occhio del viandante appariva sin da lontana quella costruzione imponente, scura, quasi senza finestre che al solo guardarla incuteva paura.
Al sui interno le giornate del popolo erano condizionate da regole ferree come in una caserma , e nulla poteva essere fatto se non allo scopo di prepararsi a un’imminente  invasione di un probabile popolo ostile.
Eh già, Sua Maestà  viveva nel ricordo, o meglio nel  terrore, di quando da bambino la sua vita fu segnata da un assedio durato alcuni anni.
Tutti, ma proprio tutti, trascorrevano le giornate tra spade, balestre e l’olio bollente che era sempre sul fuoco.
Unica eccezione di quel grigiore era la giovane Principessa che, cruccio di Sua Maestà , sembrava non appartenere a quel mondo austero. Un giorno capitò che la Principessa scorse una porticina dimenticata aperta che permetteva l’uscita dal castello e in un attimo il suo spirito libero la condusse fuori da quelle mura che nella sua vita non aveva mai varcato.
All’interno del castello non ci volle molto a scoprire la sua assenza e subito fu il panico, soprattutto per Sua Maestà il Re che all’improvviso si rese conto di aver perso l’unica luce della sua triste vita.
Si organizzarono subito le ricerche con in testa alla legione lo stesso Re.
Usciti dal castello pronti alla più terribile delle avventure, si addentrarono nei piccoli villaggi perlustrando ogni più remoto angolo del regno, interrogando ogni singolo abitante, che alla vista di tanti soldati ed armi si rintanava in casa.
Le ricerche non portarono a nessun risultato e preso dallo sconforto Sua Maestà fece ritorno al castello e ben presto si rinchiuse nelle sue stanze regali isolandosi dalla vita di castello.
Una mattina, come a seguire un proprio istinto, senza neanche adornarsi delle vesti regali e tantomeno di armi, in compagnia del solo cavallo si addentro nella valle alla disperata ricerca di Geltrude … solo allora si rese conto di non averla mai chiamata col suo nome e di non averla mai trattata come una figlia, e adesso chissà in quale atrocità  si trovava e nella testa reale rimbombavano come cannonate le sue urla immaginate e le disperate richieste d’aiuto.
Alla vista del Re però questa volta si presentò un altro paesaggio, o meglio, era lo stesso che giorni prima aveva attraversato con le sue truppe ma ora era tutto improvvisamente diverso:  gli operai lavoravano nei campi, ma si accorse che erano sereni;  le donne nelle loro faccende domestiche intonavano canti a glorificare la vita e soprattutto c’erano tanti bambini in ogni dove e tutti a urlare in spensierati giochi.
Fu allora che si rese conto di come aveva tristemente vissuto e peggio ancora di come aveva costretto al sacrificio la sua famiglia e i suoi sudditi, e inginocchiatosi all’ombra di un radioso albero sprofondò in un disperato pianto.
“Cosa  la turba tanto buon uomo da costringerla a tanta pena” disse una voce quasi angelica, proveniente da qualcuno che con caritatevole amore gli aveva messo una mano sulla spalla quasi a confortare la sua disperazione.
Voltatosi a si tanta dolcezza, quale aveva  vissuto solo da bambino al cospetto della madre, rimase folgorato alla vista della propria figliola che non esitò ad abbracciare e baciare improvvisamente  libero dai fantasmi del passato.

Non voglio annoiarvi su  come si svolsero i festeggiamenti per il ritrovamento della Principessa Geltrude , ma vi posso assicurare che se andaste a far visita al castello non credereste mai che quello un tempo era un luogo triste tanto quanto è ora  radioso e festoso.





Anche questa bellissima fiaba è opera di Claudio.

L'immagine è reperita sul Web.