mercoledì 27 dicembre 2017
I vincitori di questa Disfida!
Eccoci qua, a conteggi fatti.
Due fiabe si sono aggiudicate un uguale numero di voti e risultano quindi vincitrici a pari merito:
- Il cappello di Orlando, scritta da Federica Rossi di Inchiostro Rosa
- Gasp e i libri, scritta da me
Queste sono le fiabe più apprezzate di questa Disfida un po' sottotono.
Se da un punto di vista "poetico" era una buona idea tenerla nel periodo che precede il Natale, da un punto di vista pratico capisco benissimo che tutti sono stati un po' indaffarati per i preparativi della festa.
Per quanto mi riguarda, il bilancio è positivo.
Ho scritto una ventina di fiabe in 24 giorni, con qualche "caduta" qua e là.
Questo mi ha permesso di chiarirmi alcuni meccanismi che si attivano quando si produce a ritmi serrati e imparare ancora qualcosa sulla creatività in generale.
Quello che ho imparato, presto probabilmente sarà in un libro, ma per ora non posso dire di più.
Grazie a tutti per esserci stati e per avere giocato con la Disfida.
Il mio regalo di Natale più importante, per quest'anno, siete stati voi!
Auguri di cuore per il proseguimento delle Feste e soprattutto per un magico, strepitoso e felice 2018!
domenica 24 dicembre 2017
il sogno impossibile
Ultima fiaba di questa Disfida
Il sogno
impossibile
Il
giovane Principe non voleva sposarsi. Non con le fanciulle che il Re e la
Regina gli proponevano. Lui sapeva che non facevano per lui.
L’aveva
sognata, la sposa che voleva, con i lunghi boccoli e gli immensi occhi color
del cielo.
L’aveva
vista assorta, immersa nella lettura. L’aveva vista ridere come una sorgente in
un giardino.
Non
aveva che i suoi sogni, per confidare nella sua esistenza, ma per lui erano
abbastanza.
Purtroppo,
non era lo stesso per il Re e la Regina.
“Tu
vivi di sogni,” gli dicevano “ma intanto il regno ha bisogno di un nuovo re e
di eredi!”
Alla
fine, non vedendo altro modo per seguire il suo cuore, il Principe partì da
solo nella notte, senza portare nulla con sé se non gli abiti che indossava.
Vagò
a lungo per regni diversi, vivendo di quel che trovava o che riusciva a
guadagnarsi con piccoli lavori umili qua e là.
Quella
vita era difficile, per un giovane abituato come lui a ogni agio, ma quando
sognava la fanciulla si sentiva in pace, perché sapeva che il suo cuore non
mentiva.
Dall’altra
parte del mondo viveva, in effetti, una fanciulla dai lunghi boccoli e dagli
immensi occhi color cielo. Una fanciulla che rifiutava tutti i pretendenti che
i suoi genitori le proponevano. Il suo cuore bramava un giovane che aveva visto
solo nei suoi sogni, un giovane alto, elegante e gentile.
Invano
i genitori le avevano presentato tutti i giovani di bell’aspetto della società
civile, l’avevano condotta a teatro e alle feste, sperando di farle incontrare
finalmente il suo amato.
Alla
fine, non sapendo più che fare, avevano deciso di mandarla dallo zio, che
abitava in un regno lontano. Non sapevano più nemmeno loro se speravano in un
incontro fortunato, o se confidavano nel carattere deciso di quello zio per
indurre la giovane alla ragione.
La
fanciulla accettò di partire, certa che il suo cuore non mentisse.
Lo
zio dapprincipio fu gentile e accompagnò la giovane a ogni festa e ogni ballo
del regno, presentandole tutti i giovani degli di lei per educazione e per rango.
Ma con il passare dei mesi, quando fu chiaro che nemmeno in quel regno aveva
trovato lo sposo che desiderava, ottenuto il permesso dei genitori passò a
maniere meno cerimoniose.
In
sostanza, confinò la fanciulla in casa, dicendole che sarebbe uscita da lì solo
quando avesse acconsentito a sposare almeno uno degli innumerevoli giovani che
le erano stati presentati.
Il
giovane Principe, intanto, aveva perso ogni segno del suo lignaggio. I suoi
eleganti abiti si erano consumati da tempo e li aveva dovuti sostituire con
abiti più semplici. Lavorando, le sue mani si erano fatte forti e callose, non
certo le mani delicate da gentiluomo che aveva un tempo.
Eppure
non si rassegnava a tornare al suo regno.
Ogni
volta che stava per tornare indietro, udiva per caso qualche voce parlare di
una fanciulla bellissima che lo spingeva ad andare a visitare un altro regno e
un altro ancora.
Ormai
da molto tempo la ragazza dagli occhi di cielo viveva chiusa nella casa dello
zio. In quel regno, ormai, nessuno parlava più della leggendaria bellezza della
fanciulla venuta da lontano, poiché tutti pensavano che fosse gravemente
ammalata.
Occupava
le giornate immersa nella lettura nella ben fornita biblioteca dello zio e al
tramonto, ogni sera, usciva sulla terrazza ad ammirare il tramonto. Iniziava a
nutrire seri dubbi di poter continuare così ancora a lungo. Ma ormai i giovani
che l’avrebbero presa in sposa in passato si tenevano alla larga e si erano
dimenticati di lei.
(fine
prima parte)
(seconda
parte)
Passando
di regno in regno, il Principe era ormai vicinissimo a quello dello zio della
fanciulla. Ormai, però, non era più tanto giovane e immaginò che anche lei
avesse risentito del passare degli anni. Anche se l’avesse trovata, sarebbero
stati in grado di riconoscersi? Anche lei lo stava cercando? Forse lei ormai si
era sposata. Avrebbe fatto meglio a tornare
indietro?
Stava
cercando di trovare la soluzione ai suoi dubbi sul fondo di un boccale di vino
nella taverna, quando udì un vecchio giardiniere parlare del “più bel fiore che
si fosse mai visto in un giardino”.
Fattosi
attento, lo udì raccontare di quella bellissima fanciulla che era solita
passeggiare nel giardino dello zio, con i lunghi boccoli e gli occhi color del
cielo. Il giardiniere raccontava di essere rimasto così affascinato dal colore
di quegli occhi, da aver piantato invano aiuole e aiuole di fiori celesti,
cercando di ritrovarne il colore speciale.
Posato
il boccale, il Principe si accinse a rimettersi in viaggio.
La
fanciulla, ormai, era invasa dalla malinconia. Gli anni erano passati, la sua
bellezza stava sfiorendo e lei si dava della sciocca, per aver sprecato così
inutilmente la sua vita. Solo per inseguire un sogno! Diventò così triste che
si ammalò davvero, trascorrendo ormai le giornate a piangere, distesa sul
letto.
Lo
zio, seriamente preoccupato per il suo stato, fece chiamare i genitori.
Quando
il Principe giunse nel regno, non ebbe difficoltà a trovare il giardino pieno
di fiori del colore del cielo, ma quando chiese della fanciulla nessuno seppe
dirgli niente. Solo qualcuno ricordava vagamente una giovane molto bella che
era venuta in visita da suo zio, ma la poveretta si era ammalata, gli dissero,
e nessuno l’aveva più vista.
Eppure
il suo cuore gli scalpitava nel petto, facendogli capire che era giunto alla
fine del suo viaggio.
Interrogando
ancora tutti quelli che incontrava, seppe alla fine che la giovane era ancora
in quella casa, costretta a letto da una misteriosa malattia.
L’unico
suo pensiero, a quel punto, fu come fare a raggiungerla.
Anche
il cuore della ragazza aveva preso a farle le capriole nel petto, e lei si
stava lentamente riprendendo dalla malinconia.
Un’assurda
speranza le ridava le forze, le riportava un po’ di colore sulle guance.
Ben
presto fu nuovamente in grado di rimanere seduta, e una sera finalmente decise di alzarsi a
vedere il tramonto, come era solita fare in passato.
Fu
allora che vide la strana macchina voltante avvicinarsi alla terrazza in cui si
trovava.
Una
macchina sostenuta da un grande pallone colorato si dirigeva veloce proprio
verso di lei.
Spaventata
all’inizio, si tranquillizzò quando scorse da lontano la sagoma di un uomo. Il
cuore le diede un balzo.
Possibile
che fosse proprio lui? Colui che aveva aspettato invano per tutto quel tempo?
Anche
il Principe l’aveva scorta e dirigeva accuratamente la sua macchina verso la
terrazza. Alla fine, l’aver fatto tanti mestieri diversi gli era servito a
inventare quella strana cosa che lo faceva volare, come lo faceva volare la
speranza di incontrare finalmente colei a cui sapeva di essere destinato da
sempre.
Quando
furono abbastanza vicini da vedersi bene, ognuno dei due seppe di essere
finalmente arrivato a casa.
Non
ebbero bisogno di parlare, e comunque erano tutti e due troppo emozionati per
riuscire a proferire parola.
Incantato,
lui le porse semplicemente una mano per aiutarla a salire a bordo.
Estasiata,
lei prese quella mano, decisa a seguirlo ovunque senza voltarsi indietro.
Così,
scomparvero verso il tramonto a bordo di quello strano velivolo.
Finalmente
insieme.
Il
sogno impossibile si era avverato.
sabato 23 dicembre 2017
Il sogno impossibile (prima parte)
Il sogno
impossibile
Il
giovane Principe non voleva sposarsi. Non con le fanciulle che il Re e la
Regina gli proponevano. Lui sapeva che non facevano per lui.
L’aveva
sognata, la sposa che voleva, con i lunghi boccoli e gli immensi occhi color
del cielo.
L’aveva
vista assorta, immersa nella lettura. L’aveva vista ridere come una sorgente in
un giardino.
Non
aveva che i suoi sogni, per confidare nella sua esistenza, ma per lui erano
abbastanza.
Purtroppo,
non era lo stesso per il Re e la Regina.
“Tu
vivi di sogni,” gli dicevano “ma intanto il regno ha bisogno di un nuovo re e
di eredi!”
Alla
fine, non vedendo altro modo di seguire il suo cuore, il Principe partì da solo
nella notte, senza portare nulla con sé se non gli abiti che indossava.
Vagò
a lungo per regni diversi, vivendo di quel che trovava o che riusciva a
guadagnarsi con piccoli lavori umili qua e là.
Quella
vita era difficile, per un giovane abituato come lui a ogni agio, ma quando
sognava la fanciulla si sentiva in pace, perché sapeva che il suo cuore non
mentiva.
Dall’altra
parte del mondo viveva, in effetti una fanciulla dai lunghi boccoli e dagli
immensi occhi color cielo. Una fanciulla che rifiutava tutti i pretendenti che
i suoi genitori le proponevano. Il suo cuore bramava un giovane che aveva visto
solo nei suoi sogni, un giovane alto, elegante e gentile.
Invano
i genitori le avevano presentato tutti i giovani di bell’aspetto della società
civile, l’avevano condotta a teatro e alle feste, sperando di farle incontrare
finalmente il suo amato.
Alla
fine, non sapendo più che fare, avevano deciso di mandarla dallo zio, che
abitava in un regno lontano. Non sapevano più nemmeno loro se speravano in un
incontro fortunato, o se confidavano nel carattere deciso di quello zio per
indurre la giovane alla ragione.
La
fanciulla accettò di partire, certa che il suo cuore non mentisse.
Lo
zio dapprincipio fu gentile e accompagnò la giovane a ogni festa e ogni ballo
del regno, presentandole tutti i giovani degli di lei per educazione e per
rango. Ma con il passare dei mesi, quando fu chiaro che nemmeno in quel regno
aveva trovato lo sposo che desiderava, ottenuto il permesso dei genitori passò
a maniere meno cerimoniose.
In
sostanza, confinò la fanciulla in casa, dicendole che sarebbe uscita da lì solo
quando avesse acconsentito a sposare almeno uno degli innumerevoli giovani che
le erano stati presentati.
Il
giovane Principe, intanto, aveva perso ogni segno del suo lignaggio. I suoi
eleganti abiti si erano consumati da tempo e li aveva dovuti sostituire con
abiti più semplici. Lavorando, le sue mani si erano fatte forti e callose, non
certo le mani delicate da gentiluomo che aveva un tempo.
Eppure
non si rassegnava a tornare al suo regno.
Ogni
volta che stava per tornare indietro, udiva per caso qualche voce parlare di
una fanciulla bellissima che lo spingeva ad andare a visitare un altro regno e
un altro ancora.
Ormai
da molto tempo la fanciulla viveva chiusa nella casa dello zio. In quel regno,
ormai, nessuno parlava più della leggendaria bellezza della fanciulla venuta da
lontano, poiché tutti pensavano che fosse gravemente ammalata.
Occupava
le giornate immersa nella lettura nella ben fornita biblioteca dello zio e al
tramonto, ogni sera, usciva sulla terrazza ad ammirare il tramonto. Iniziava a
nutrire seri dubbi di poter continuare così ancora a lungo. Ma ormai i giovani
che l’avrebbero presa in sposa in passato si tenevano alla larga e si erano
dimenticati di lei.
(fine
prima parte)
venerdì 22 dicembre 2017
Oscar Cuoreduro
Oscar Cuoreduro
Il
Mendicante camminava per le strade affollate della città, invisibile ai più.
Solo
i bambini lo guardavano pieni di curiosità, intuendo che quel vecchio dalla
barba bianca non era un uomo come gli altri.
Avevano
ragione, naturalmente. L’uomo era un potente mago, che aveva scelto il
travestimento più adatto per non essere visto da colui che doveva tenere d’occhio.
E
di tutte le persone che non prestavano la minima attenzione ai mendicanti,
Orcar Cuoreduro era di certo il campione.
Non
era una cattiva persona, almeno non come si intende di solito. Anzi, al lavoro
era molto apprezzato per la sua capacità di essere professionale e gelido,
senza mai prenderla “sul personale”.
Per
Oscar, niente era abbastanza personale da meritare la sua attenzione. Non
faceva effettivamente del male a nessuno, ma la sua indifferenza a volte era
ugualmente dannosa.
Per
lui non solo i mendicanti erano invisibili, ma anche i bambini, gli animali,
specialmente se piccoli e in difficoltà, le donne per cui non aveva interesse,
che lui definiva “donnette”. Anche con gli uomini, non andava molto meglio.
Prestava attenzione solo a quelli più potenti di lui e che potevano in qualche
modo aiutarlo a fare carriera. Gli altri, tutti gli altri, erano solo “gente”
senza volto e senza nome, esseri inutili che gli intralciavano la strada.
Non
era mai, mai accaduto che Oscar Cuoreduro avesse un semplice gesto di
gentilezza per un suo simile. Non aveva mai ceduto il posto a sedere a qualcuno
sui mezzi pubblici, non aveva mai soccorso una persona colta da malore proprio
davanti a lui, non aveva mai tenuto una porta aperta per permettere a qualcuno
di passare. Non si era mai preso cura di niente e di nessuno. Se un cucciolo
abbandonato guaiva per la tristezza o il dolore proprio ai suoi piedi, lo
scavalcava indifferente e proseguiva per la sua strada.
Era
inevitabile che prima o poi un simile campione di indifferenza attirasse l’attenzione
del mondo magico, e il Mendicante lo stava seguendo proprio per quel motivo.
Era
giunto il momento della resa dei conti.
La
strada in cui abitava Cuoreduro era graziosa, ma non molto frequentata a quell’ora
di sera.
Il
Mendicante lo aveva preceduto e lo attendeva seduto su una panchina, al freddo.
Al passaggio di Oscar, tese la mano, ma lui come sempre lo scansò come se non
lo avesse nemmeno visto e fece per allontanarsi.
Solo
che le gambe smisero di obbedirgli e si trovò immobile accanto alla panchina.
Istintivamente, si voltò allora verso il Mendicante per chiedere aiuto, ma
nemmeno la voce rispondeva più ai suoi comandi. Oscar abbassò lo sguardo, e si
accorse di essere diventato un lampione, in tutto e per tutto simile agli altri
che illuminavano la via.
Solo
allora, il Mendicante gli parlò: “Ora prenderai un po’ della tua stessa
medicina, caro mio.”
Oscar
cercava disperatamente di chiedergli aiuto con lo sguardo, ma il mago se ne
andò senza voltarsi indietro.
Da
quel giorno, Oscar ebbe l’occasione di capire che cosa si prova, quando tutti
ti trattano con indifferenza. Gli unici che gli prestavano un po’ di
attenzione, ormai, erano i cani che lo annusavano brevemente prima di alzare la
zampetta. A volte qualcuno si appoggiava a lui per riprendere fiato, ma poi se
ne andava senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Di notte, Oscar illuminava la
strada per i passanti, ma nessuno lo ringraziava o si preoccupava per lui.
Stagione
dopo stagione, Oscar imparò a prestare attenzione agli altri, per non morire di
solitudine e di noia. Costretto finalmente a osservare i suoi simili, prese ad
affezionarsi a quelli che vedeva più spesso. Persino i cani, adesso, gli erano
simpatici e i gatti che a volte si strofinavano contro di lui gli facevano
quasi piacere, con le loro pellicce morbide. Imparò a sopportare pazientemente
i piccioni appollaiati sulla sua testa e ad assistere alle lunghe notti inquiete
dei mendicanti che a volte trascorrevano la notte sulla panchina accanto a lui,
cercando di difendersi come potevano dal freddo e dall’umidità della notte. Imparò a conoscere le persone che
frequentavano quella via, sentendosi sempre più partecipe delle loro gioie e
dei loro dolori.
Una
notte, quando iniziò a piovere sull’ennesimo mendicante che cercava di dormire
sulla panchina, preso da compassione afferrò un ombrello dimenticato da chissà
chi, e lo aprì per proteggere il poveretto dalla pioggia. Quando il Mendicante
lo guardò e lo ringraziò, Oscar finalmente lo riconobbe. In quell’istante tornò
a essere un uomo, o forse iniziò allora per la prima volta a essere un uomo,
chissà.
Quello
che è certo, è che da allora Oscar fu una persona davvero per bene.
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giovedì 21 dicembre 2017
Gugliabianca
Gugliabianca
Il
villaggio di Gugliabianca era stato un luogo pacifico e felice, prima dell’arrivo
delle Ombre.
Ma
poi, non più.
Nessuno
sapeva da dove venivano e in molti non riuscivano nemmeno a vederle, tanto si
muovevano silenziose evitando accuratamente ogni zona di luce.
Strisciavano
negli angoli bui, nelle pieghe nascoste delle anime dove nessuno arriva a
guardare. Si acquattavano nei boschi d’inverno, quando la luce del giorno era
breve, e lunghe le notti.
Le
Ombre avevano iniziato a manifestarsi in piccole cose. Persone che erano sempre
andate d’accordo iniziavano a litigare. Chi aveva sempre lasciato l’uscio di
casa aperto, adesso lo sprangava, pieno di diffidenza. L’avidità e la paura
avevano preso il posto della gentilezza e della fiducia.
Gli
abitanti del villaggio non riuscivano a rendersi conto di quello che stava
succedendo e si incolpavano gli uni con gli altri di quel cambiamento, ma la Foresta,
che tutto vedeva, aveva capito e cercava a suo modo di lanciare l’allarme.
Quando
un uomo colpito dalle Ombre toccava un fungo, un frutto o un albero, questi
avvizzivano immediatamente, tornando in salute solo quando gli uomini corrotti
si erano allontanati. All’inizio, le donne e i bambini riuscivano ancora a
raccogliere qualcosa, ma all’avvicinarsi del solstizio, con le giornate sempre
più brevi, l’intero villaggio era stato colpito dalla maledizione delle Ombre e
ovunque c’erano oscurità, disperazione e fame.
Fu
per una felice combinazione che il giovane gnomo Hans passò proprio in quel
periodo per la Foresta.
Era
in viaggio per raggiungere certi suoi parenti alla lontana, con i quali avrebbe
trascorso l’intero inverno a scopo di istruzione. Quei parenti infatti erano
abili nella Cura delle Foreste e Hans voleva imparare da loro, per poi tornare
a casa e curare quello strano male stava colpendo le foreste della sua gente.
Dunque
quel giorno attraversava la Foresta e si stupiva di trovare anche lì i segni a
cui era abituato: alberi che sembravano avvizziti, funghi rinsecchiti, animali
silenziosi e diffidenti, ben nascosti nelle loro tane. Mentre si guardava attentamente intorno, Hans
scorse appena l’accenno di un’Ombra che non era stata abbastanza veloce da evitare
il bagliore del campanello d’argento che ornava il cappellino a cono dello gnomo.
Una
volta individuata l’Ombra, Hans decise di seguirla. Nascose il campanello per
evitare ogni rumore e si mise alle calcagna dell’Ombra che, credendosi non
vista, scivolava verso il villaggio.
Qui
tutte le porte erano sprangate e nessuno voleva dare accoglienza al forestiero
dal buffo cappello, ma origliando un po’ qui e un po’ là Hans riuscì a farsi un’idea
abbastanza precisa di quello che stava succedendo.
Per
fortuna, un po’ di istruzione in materia di Ombre l‘aveva anche lui.
Sapeva
esattamente che cosa fare e quella era proprio la notte giusta, poiché sarebbe
stata la notte più lunga dell’anno.
Fischiettando
andò a cercare un bell’albero, che portò proprio al centro del villaggio.
Già
gli abitanti del villaggio socchiudevano gli usci, incuriositi dal fatto che
quell’albero non era avvizzito.
Poi
Hans iniziò a decorare l’albero con mele succulente, noci colorate d’oro,
funghi carnosi, candele accese e ogni sorta di oggetti luccicanti e brillanti.
Un
po’ per curiosità, un po’ per fame, tutto il villaggio si fece intorno all’albero,
mentre le Ombre infastidite da tutto quel luccicare si tenevano in disparte.
Quando
tutti si furono riuniti, Hans iniziò dolcemente a cantare una canzone magica
degli Avi. Aveva una voce limpida e ben presto alcuni iniziarono timidamente a
seguire il ritmo con i piedi e poi a cantare sottovoce.
Ora,
se c’è una cosa che le Ombre odiano quasi quanto la luce, quella è il canto.
Appena
vedeva che una persona era stata liberata dalle Ombre, Hans continuando a
cantare lanciava lesto qualcosa da mangiare. Le persone mangiavano e poi
riprendevano a cantare con più convinzione. L’alba li trovò così, intenti a
cantare intorno all’albero luminoso. La
notte più lunga dell’anno era trascorsa e l’incantesimo delle Ombre era
spezzato.
Da
quel giorno, la luce avrebbe preso a crescere sempre di più.
Ringraziato
e colmato di doni da tutto il villaggio, Hans si rimise in cammino per tornare
a casa. Aveva imparato ciò di cui aveva bisogno e ora doveva riportare la luce
anche nella sua foresta.
martedì 19 dicembre 2017
La tata perfetta
Fiaba per oggi
La tata perfetta
Alice
guardava dalla finestra l’oscurità che scendeva tra le case.
Non
era tardi, ma d’inverno la luce scompariva presto. I bambini si stavano
azzuffando in salotto. Ancora.
La
quarta tata della sua vita l’aveva lasciata in un mare di guai per l’indomani,
lunedì.
Maria,
la sua bimba più piccola, aveva ancora qualche linea di febbre e non avrebbe
potuto andare all’asilo, ma lei non poteva con la stessa facilità evitare di
andare al lavoro.
Con
l’epidemia di influenza che aveva colpito Maria e poi la tata, era solo
questione di tempo prima che si ammalassero anche gli altri due.
Sbirciò
in salotto, adesso anche i due figli più grandi, Giulio e Sofia, si erano messi
tranquilli a guardare un cartone animato. Avevano finito i compiti?
Alice
si ripromise di controllare più tardi.
Doveva
assolutamente trovare una soluzione per l’indomani.
Sobbalzò,
quando suonò il campanello. Non aspettava nessuno.
La
ragazza alla porta le sorrise cordialmente e si accomodò all’interno senza
essere invitata.
-
Allora, direi che ci conviene iniziare subito a prendere confidenza. Dov’è la
piccola ammalata? Io sono Mary - disse guardandosi intorno.
Alice
cercò di fermala: – No, guardi, io non ho chiamato nessuno…
-
Ma certo! - La ragazza si fermò e la guardò attentamente. – Non è lei la mamma
di Maria, la piccola con l’influenza?
-
Sì, ma…
Non
serviva ribattere. La ragazza si era già messa accanto a Maria, e le toccava la
fronte con aria esperta.
-
Sì, ancora qualche lineetta di febbre, ma starà bene in due o tre giorni al
massimo – decretò Mary con una sicurezza confortante passando in salotto.
-
E voi siete Giulio e Sofia, dico bene?
I
bambini annuirono diffidenti.
Mary
sembrò non notarlo e spense il televisore. Incredibilmente non ci fu il solito
coro di proteste.
Mentre
Alice si convinceva che la tata ammalata doveva aver mandato una sostituta,
iniziò a preparare un tè. Poteva funzionare. Se era una persona fidata.
Quando
arrivò in salotto con la teiera, i bambini erano seduti al tavolo a fare i
compiti e tutti i giocattoli che solo dieci minuti prima ingombravano la stanza
erano ben riposti.
Nei
mesi seguenti, Alice dovette stupirsi molte altre volte dell’efficienza di
Mary. Non solo non si ammalava mai ed era sempre puntuale, ma i bambini l’adoravano
e tutto filava liscio e senza intoppi.
Quando
Alice lavorava, era tranquilla, sapendo che i suoi bambini erano in ottime
mani. Quando era a casa, trovava che Mary aveva sistemato infinite piccole cose
in sua assenza, così anche la vita domestica scorreva più serena.
Mary
sembrava sapere sempre alla perfezione di che cosa c’era bisogno e intuire le
necessità di ognuno senza nemmeno il bisogno di parlarne.
Esattamente
un anno dopo, Alice guardava l’oscurità scendere sulla città e si stupiva di
quanto la sua vita e quella dei suoi bambini fosse cambiata in così poco tempo.
Adesso annuiva comprensiva e si sentiva un po’ in colpa, quando le colleghe al
lavoro si lamentavano della difficoltà con le tate e i bambini. Appoggiando la
fronte al vetro appannato, si scoprì a pensare “Tutti dovrebbero avere una Mary!”
Forse
fu solo un’impressione, ma le sembrò che una stella brillasse per un attimo più
intensa nel crepuscolo, come a farle l’occhiolino.
Poi
vide delle figure confuse che sembravano scendere dal cielo. L’impressione era
che planassero sorrette da ombrelli aperti, ma erano molto lontane e si stava
alzando una densa nebbia. Dopo poco, non si vedeva più nulla.
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Calendimaggio
Buongiorno!
Ho perso un po' il filo, mentre le commissioni per Natale si accavallano, ma questa era la fiaba di ieri.
Calendimaggio
Era
un tempo, quello, in cui le persone avevano dimenticato da un pezzo le vecchie
tradizioni, isolandosi sempre di più nelle proprie case. Così, quando un gruppo
di coraggiosi decise di riprendere a celebrare la festa di Calendimaggio, le
fate del bosco rizzarono immediatamente le orecchie.
Era
proprio ora di fare qualcosa di diverso.
Il
grande ontano del paese fu ornato di nastri colorati e altri furono lasciati
pendere dai rami, in modo che le giovani coppie potessero, danzando,
intrecciarli.
Furono
preparati i giochi tradizionali e bicchieri,
piatti e cesti di fiori furono disposti su grandi tavole all’ombra del
maggiociondolo, i cui fiori gialli erano già una promessa.
Mentre
la primavera esplodeva con i suoi fiori profumati, le fate si preparavano a
fare la loro parte, come da tradizione.
Per
Isabella, la più giovane del gruppo, quella era la prima occasione di vedere da
vicino gli umani.
Travestita
come le altre da fanciulla e con un cestino pieno di fiori di stagione al
braccio, iniziò a bussare alle porte delle case, cantando insieme alle altre
fate antiche canzoni beneauguranti e ricevendo in cambio dolcetti, vino,
qualche torta salata o pietanza da portare al banchetto in piazza, a cui erano
tutti invitati.
Isabella,
in particolare, era così bella, rosea e gentile che nessuno le diceva di no e
tutti accettarono volentieri di partecipare alla festa.
Nel
pomeriggio, tutte le case erano ornate di fiori e le grandi tavole sotto il
maggiociondolo si erano riempite di succulente vivande.
C’era
tutto il paese, in piazza. I ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi. C’erano
musica, buone bevande, buon cibo e l’aria dolce della primavera.
Le
fate aprirono le danze intorno all’ontano con un aggraziato girotondo e poi,
quando la festa raggiunse il culmine, si allontanarono silenziose.
Liberate
finalmente le ali, tornarono in volo nella case vuote, lasciando in ognuna doni
invisibili. Isabella non era abituata alle sofferenze degli uomini e chiedeva
continuamente il permesso di fare di più, di lasciare altri doni.
“Non
possiamo,” la redarguiva dolcemente la decana delle fate. “Non ci è concesso
esaudire tutti i loro desideri. Possiamo dar loro ciò di cui hanno bisogno, nulla di più e nulla di
meno. I cuori degli uomini desiderano tante cose e, come ti accorgerai, appena
ne hanno una ne vogliono subito un’altra.”
Le
fate si muovevano veloci lasciando qui, dove viveva una persona troppo triste,
un po’ di allegria,
là,
dove c’erano pene d’amore, un po’ di comprensione. In alcune abitazioni
lasciarono solo un po’ di buonsenso, in altre che ne avevano proprio bisogno
qualche magia per la prosperità o la salute.
Dopo
aver benedetto ogni casa del paese, nascoste nuovamente le ali, le fate tornarono
alla festa e danzarono insieme ai paesani fino alle prime luci dell’alba.
Tornando
nel bosco, erano tutte un po’ stanche, ma alla decana, che era sempre attenta,
non poteva sfuggire nulla.
“Che
cosa hai combinato, Isabella?” chiese infine vedendo che la giovane fata continuava
a sorridere tra sé come se custodisse un segreto.
“Non
ho combinato proprio nulla,” si difese Isabella con il più soave dei sorrisi.
“Solo, ho deciso di lasciare qualche briciola di un dono tutto mio.”
“Ovvero?”
“Il
sospetto che noi esistiamo davvero” ammise candidamente Isabella.
La
decana voltò il viso, per non fa vedere che stava sorridendo anche lei. Quella
giovane fata le avrebbe dato del filo da torcere, questo era sicuro.
sabato 16 dicembre 2017
La stanza buia
Bellissima fiaba di Federica Rossi di Inchiostro Rosa
La
stanza buia
Dopo
l'incidente Felicia aveva perso tutta la sua voglia di vivere.
Non
era rimasto nulla di quella ragazzina che sprizzava gioia ed energia, che
stregava tutti con il suo fascino discreto e la sua pronta generosità. Adesso i
suoi occhi erano fissi sul muro bianco, le braccia distese lungo il corpo e le
sue gambe immobili sotto le lenzuola.
Il
medico le aveva dato speranze di miglioramento ma Felicia non riusciva a
trovare la forza ed invece che lottare si era chiusa in se stessa. Mamma le
teneva compagna ogni sera e le raccontava storie di principesse coraggiose che
sfidavano le loro paure, storie di disavventure che prendevano all'improvviso
la giusta direzione, ma nulla serviva a stimolare la piccola Felicia.
Un
giorno la giovane ebbe una crisi fortissima, piangeva e urlava e chiese che
tutta la sua stanza fosse dipinta di nero. Nero come il suo umore.
Felicia
fu spostata allora in salotto e dopo qualche giorno di lavoro rientrò nella sua
camera completamente dipinta di scuro.
-
E quella stella? - chiese la ragazza al padre, guardando un punto luminoso sul
soffitto.
-
Quella stella luminosa sei tu, amore mio. Adesso vedi tutto buio nella tua vita
ma sono sicuro che in te quella stella esiste ancora ed ogni volta che farai un
passo verso la tua rinascita dipingeremo una nuova stella in questo cielo nero.
-
Felicia
rimase molto colpita da queste parole ma non rispose nulla e si fece rimettere
a letto.
Quella
notte, nel buio della sua stanza Felicia mirò a lungo quella stella e ripensò a
tutti i suoi progetti. Ripensò alle sue lunghe passeggiate con le amiche e le
corse in bicicletta e poi le tornò alla mente l'incidente...quella macchina
rossa che aveva mancato lo stop. Il colpo forte e poi il risveglio in ospedale.
Una calda lacrima le scese sulla gota. Ma poi ricordò le parole del medico...'
È solo una questione di volontà, Felicia, tu puoi tornare a camminare ma devi
volerlo fortemente e devi lavorare per riconquistare la tua indipendenza '.
Sorrise
e per la prima volta dormì serena.
Il
giorno seguente chiamò a squarciagola il papà che arrivò di corsa per la
preoccupazione.
-
Papà caro, aiutami, devo cominciare a fare i miei esercizi! - gli disse con
energia.
L'uomo
trattenne il pianto e la strinse forte al petto poi si prese cura di lei.
Quella
sera dipinsero una nuova stella.
E
stella dopo stella, la vita tornò a splendere per Felicia e per la sua
famiglia...
La regina di ghiaccio
La regina del
ghiaccio
Vashti
aveva sempre amato le superfici lisce del ghiaccio. Erano la sua casa. il suo
conforto. Dove altri percepivano il gelo, lei percepiva una sorta di calore, un
senso di ordine.
Il
ghiaccio era prevedibile, lucente, impenetrabile.
Da
molti anni ormai era la regina di quel regno gelato e si trovava perfettamente
a suo agio.
C’erano
poche cose da fare, in poche stagioni dell’anno.
Durante
la brevissima estate, si ammassavano le provviste sufficienti per il resto dell’anno
e si riparavano le crepe prodotte nel ghiaccio dal calore.
Nel
pieno dell’inverno, c’era la Grande Festa del freddo, con lunghi preparativi e
sculture di neve.
Per
i mesi rimanenti, il suo regno era tranquillo e immobile.
Vashti
non immaginava che la corsa alla ricchezza dei “popoli bassi”, come venivano
chiamati coloro che non vivevano sulle cime ghiacciate, avrebbe ben presto
minacciato il suo regno.
I
primi segnali di un cambiamento preoccupante furono semplicemente estati più
lunghe. Poi nevicate sempre meno abbondanti.
Infine,
quando i fiori iniziarono a spuntare sul pavimento del suo palazzo di ghiaccio,
la regina capì che qualcosa stava cambiando, ma ancora si ostinava a pensare
che quei cambiamenti non fossero destinati a durare.
Infine
arrivò l’ermellino, riferendole che la sua pelliccia aveva smesso di mutare
colore. Rimaneva sempre bruna, il colore della livrea estiva, e non diventava
più bianca come la neve durante l’inverno.
A
quel punto anche Vashti dovette ammettere che la neve non cadeva quasi più.
Il
regno, che un tempo era stato così tranquillo, diventò un viavai affaccendato
di animali che in passato si erano tenuti ben lontani da quelle terre. C’erano
branchi di lupi, tassi, volpi, scoiattoli, conigli selvatici...
Sconvolta
da quella confusione che segnava la fine del mondo che aveva sempre conosciuto,
la regina si distese sul grandissimo letto di ghiaccio a baldacchino e decise
di addormentarsi per sempre.
Ma
il baldacchino che si scioglieva per il calore le gocciolava sul viso e ben
presto dovette rialzarsi a sedere, sempre più irritata.
Proprio
in quel momento il pesantissimo baldacchino quasi sciolto le collassò addosso,
colpendola pesantemente alla testa.
Nessuna
sa per quanto tempo la regina rimase svenuta. Al suo risveglio, però, non
ricordava più nulla.
Né
il ghiaccio, né la neve.
Ammirava
stupita i colori dei fiori e ne annusava estasiata il profumo. Mangiava di buon
appetito i frutti dolcissimi che ora avevano preso a crescere anche in quelle
terre. Accarezzava il manto dell’ermellino beandosi della sua morbidezza, senza
ricordare più che era del colore sbagliato.
Così,
la regina dei ghiacci divenne semplicemente la regina delle terre del nord,
senza drammi o sofferenze.
Adesso,
il mondo che conosceva era esattamente quello che aveva a disposizione. E lei
era felice.
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La principessa Fidesia
Ieri ho "fatto forca". Stavo pensando seriamente di lasciar perdere questa disfida.
E poi ho trovato sulla pagina questa fiaba di Saverio Petrini...
Saverio Petrini a La Disfida delle Fiabe 2017
Ho scritto questa fiaba Natalizia ispirato da un'amica che è
rimasta bloccata dal "colpo della strega" ...
La principessa Fidesia
La principessa Fidesia del Clan dei Rubrum, come tutte le
principesse delle fiabe, era davvero bellissima, così bella che quando era nata
una fatina per festeggiare le aveva intrecciato dei rubini nei capelli ed aveva
ricamato la sua pelle con i colori delle foglie d’acero d’autunno; viveva nei
suoi appartamenti reali al riparo delle mura fortificate della sua città,
trascorreva le sue giornate dipingendo, camminando lungo i viali alberati della
cerchia muraria, scrivendo fiabe e poesie, prendendosi cura dei bambini del
Clan e di Milù, la sua fida canina da guardia, perché Milù amava farsi
coccolare e vezzeggiare ma era in realtà lei a proteggere la sua Principessa,
soprattutto leggendo i cuori dei Cavalieri che le si avvicinavano.
Fino ad allora infatti il cuore della Principessa era
appartenuto a due Principi, il primo: il cavaliere Nero, aveva gli occhi
verdissimi, ed era così bello che trascorreva i giorni ad ammirarsi allo
specchio, sulle superfici d’acqua ed in tutto ciò che rifletteva la sua
immagine; aveva trascorso così tanto tempo a guardare se stesso che un giorno
quando Fidesia gli chiese di specchiarsi, almeno una volta, nei suoi occhi, lui
non riuscì più a vederla, il Cavaliere Nero potè sentire solo la voce di lei, i
suoi occhi si erano infatti così abituati a rimirare se stessi che non
riuscivano più a vedere nient’altro; lui imprecò quel giorno, e per molti
giorni ancora continuò ad incolpare Fidesia di essere sparita, di non volersi
fare vedere da lui, fino a quando la Principessa se ne andò, intristita, mentre
ancora una volta lui cercava di abbracciare l’immagine riflessa di se stesso.
Il secondo Cavaliere invece si chiamava Rublo, era un
brav’uomo ma con una fissazione per tutto ciò che era quadrato e tondo, tutto
secondo lui poteva avere solo una delle due forme, viveva in una bellissima
casa quadrata, aveva una bellissima carrozza tonda, anche il suo letto era
quadrato mentre la vasca in cui faceva il bagno era tonda, le sedie della sua
casa erano tutte quadrate e tutto tra loro due scorreva abbastanza bene,
proprio come l’acqua in un fiume quadrato, fino a quando però il Cavaliere
decise che anche Fidesia doveva decidersi a diventare o una Principessa
Quadrata o una Principessa Tonda. A questa richiesta Fidesia rimase alquanto
stupefatta, mai aveva sentito infatti che le Principesse delle Fiabe fossero
quadrate o tonde, ed inoltre come sarebbero dovuti diventare i suoi capelli
quadrati o tondi anche loro? E i rubini nei capelli? Se fossero diventati
quadrati o tondi non sarebbero stati più rubini!!! E le sfumature dei ricami
sulla sua pelle? Se fossero diventati solo due figure geometriche non sarebbero
più stati né ricami né sfumature!!!… Mentre la Principessa chiedeva un po' di
tempo per trovare risposta a tutte queste domande il Cavaliere Rublo se ne andò
al galoppo alla ricerca di una fanciulla quadrata e tonda, proprio come lui.
Entrambi i cavalieri l’avevano rimproverata di qualcosa, di
essere scomparsa oppure di essere diversa da una figura rotonda o squadrata, in
entrambi i casi il risultato era stato quasi lo stesso: era diventata
invisibile proprio agli occhi dei suoi due Principi; per tutto questo lei
stessa si era incolpata e, un po' per punirsi un po' per stanchezza smise di
bere; le sue labbra avevano così sete che agli angoli della sua bocca si erano
formate alcune piccole rughe, anche solo per sfiorarle però tutti i cavalieri
del Regno avrebbero ancora dato ciò che di più prezioso possedevano: il proprio
destriero, il proprio castello, la propria spada.
Il Natale si avvicinava e Fidesia continuava a dipingere,
dipingeva soprattutto piste d’atterraggio e continuava a scrivere poesie e
storie su un Principe Alato che sarebbe riuscito a riconoscere le luci del suo
cuore e a posarvisi sopra, come fa la farfalla quando si posa sul suo fiore,
con le ali che si fermano il tempo di due battiti, proprio il tempo in cui due
cuori si guardano e si riconoscono.
Le giornate trascorrevano lente e la notte di Natale la fida
Milù iniziò ad ululare alla Luna crescente, ululò così tanto che la Luna si
voltò a guardare dentro la stanza dove Fidesia riposava, la luce bianca entrava
nella stanza così silenziosamente che la Principessa continuava a dormire ed
intanto le accarezzava la schiena indolenzita per il troppo stare ricurva sui
fogli a scrivere e a dipingere.
La luce la illuminava completamente adesso, ed i suoi
capelli diventavano del colore acceso del fuoco e nei ricami della pelle si
accendevano piccole Rune splendenti che proiettavano sui muri delle frasi che
si scomponevano e si ricomponevano in migliaia di combinazioni come mille fiori
che si aprono e si chiudono cambiando ogni volta colore; formule magiche che
solo la fida Milù sapeva cantare; nella luce abbagliante di quella stanza
infatti, sembrava che una fatina minuta stesse cantando alla Luna di quel
Natale, un canto così luminoso e così bello che un Cavaliere Alato non potè non
udirlo e incantato da quelle canzoni magiche iniziò a volare di due battiti in
due battiti, in direzione di un puntino luminoso in cui la Principessa, sotto
lo sguardo attento della sua fatina, dormiva.
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giovedì 14 dicembre 2017
Il nonno e le stelle
La mia fiaba per oggi.
Il
nonno e le stelle
A
Claudette il nonno era sempre sembrato un po’ burbero, anche se pensava che,
chiamandosi lui Claude, fra loro dovesse esserci un legame speciale.
Il
nonno, serio e di poche parole, spariva per intere giornate in montagna, per
tornare a sera con le gambe stanche e il volto arrossato dal sole.
“Dove
sei stato tutto il giorno?” voleva sapere Claudette incuriosita.
“A
parlare con le stelle” diceva lui allungando le gambe sul tavolino davanti al
divano.
Così,
quel giorno, si era un po’ preoccupata quando il nonno si era messo a
osservarla con aria critica e infine aveva detto: “Ti sei fatta grande. È ora
che impari a parlare con le stelle anche tu.”
L’aveva
portata nel negozio del suo amico Pierre, dove le aveva comprato dei vestiti
adatti, dei calzettoni pesanti e un paio di scarponicini da montagna con una
stella alpina ricamata sul fianco.
“Domani
ci si sveglia presto!” le aveva detto contento riportandola a casa.
Claudette
quasi non aveva chiuso occhio per l’attesa, e quando il nonno l’aveva svegliata
molto prima dell’alba, non aveva fiatato e si era vestita di buon grado.
La
mamma in cucina le aveva già preparato il latte caldo per la colazione e un
piccolo zaino con la borraccia piena d’acqua, il pranzo al sacco, la giacca
impermeabile. Sembrava un po’ emozionata anche lei. “Il nonno ha portato anche
te, a parlare con le stelle?”
“Certo,
piccola. Molte volte. Vedrai, sarà un’esperienza che ricorderai.”
Si
incamminarono nel silenzio della notte, solo Claudette e il nonno.
Quando
ebbero superato le ultime case del villaggio e si furono addentrati nella
foresta, il nonno prese a fischiettare di buonumore.
Claudette
non vedeva molto, dato che era ancora buio pesto, ma i passi sicuri del nonno
la guidavano sullo stretto sentiero che saliva e saliva. Lì, in montagna, il
nonno si muoveva agile e veloce come un ragazzo. Era talmente a suo agio che
Claudette si sentiva lei anche perfettamente al sicuro e protetta anche in mezzo alle ombre fitte proiettate
dagli alberi.
Ben
presto, gli alberi si fecero più radi, rivelando le cime delle montagne
innevate illuminate dalla luna. Approfittando di una breve pausa, la ragazzina
sollevò lo sguardo e improvvisamente capì il significato dell’espressione “parlare
con le stelle”.
Sopra
di loro e intorno a loro il cielo si spalancava in tutte le direzioni, popolato
da fittissime stelle brillanti e così vicine che sembrava di poterle toccare
con la mano.
“Manca
ancora poco” le disse il nonno beandosi di quello stupore. E iniziò a
raccontarle le storie di quelle montagne, le leggende segrete tramandate di
bocca in bocca. Claudette non l’aveva mai sentito pronunciare tante parole
tutte insieme e proseguiva felice seguendo il sentiero, che terminava in un
grande pianoro.
Erano
arrivati al culmine di una montagna abbastanza piccola, ma dalla cima
pianeggiante coperta dalla bassa erba d’alta quota.
Claudette
spalanco le braccia e con la testa rovesciata all’indietro iniziò a girare su
se stessa, gli occhi fissi a quel cielo meraviglioso. Le sembrava quasi che il
mondo si fosse rovesciato, e che da un momento all’altro avrebbe potuto cadere in quel cielo immenso e
stellato, che già iniziava lentamente a scolorare a est.
Quando
fu stanca di quel gioco, sedettero sull’erba a riposare e consumare una
sostanziosa colazione. Il nonno la incoraggiò anche a mangiare un bel pezzo di
cioccolato, mentre osservavano l’alba e le stelle che sparivano pian piano.
“Allora,
piccola Claudette, hai sentito parlare le stelle?”
“Eccome!”
rispose la ragazzina, comprendendo per la prima volta che cosa voleva davvero
dire sentirsi al settimo cielo.
E
non dimenticò mai, mai per tutta la vita, il giorno in cui il nonno le aveva
insegnato a parlare con le stelle.
Buonanotte. Buone fiabe.
Bellissima favola che condivido con il permesso di Dora Millaci
Una semplice storia di Natale – favola
Nella piccola cittadina di Higen, si conoscevano tutti e qui, le notizie correvano più veloci della luce.
Nonostante fosse dicembre, l’anziano signor Teobert amava stare seduto all’esterno dell’unico bar del paese e osservava l’andirivieni dei passanti. Faceva finta di niente, sbuffando con la sua enorme pipa ma nulla gli sfuggiva.
Così, quando il piccolo Jakob cadde nelle gelide acque del lago per aiutare il suo amatissimo cane, fu il primo a saperlo. La notizia si sparse a macchia d’olio.
Purtroppo, a causa delle basse temperature, si ammalò.
“Sarà solo un po’ di raffreddore” esclamò un’anziana signora “Quel ragazzo ha una costituzione troppo delicata. E’ sempre pallido, magrolino; mangerà poco”.
“Povera donna sua madre” continuò un’altra che si reggeva a malapena aggrappata a un bastone “Quel disgraziato del marito, l’ha abbandonata quando era incinta e adesso è costretta ad ammazzarsi di lavoro. E’ a servizio dalla signora Lienhard, quella vecchia megera”.
Passarono i giorni e il ragazzo non migliorava, anzi erano comparsi nuovi sintomi.
Il medico del paese lo andò nuovamente a visitare “Qui serve uno specialista” disse alla giovane madre.
“Come faccio!” esclamò disperata portandosi le mani al volto “Sa bene che non ho i soldi per pagarlo. Non me lo posso permettere”.
L’uomo scosse il capo e sospirando, posò una mano sulla spalla della donna “Vedrà che in qualche modo faremo”.
Nel paese Jakob e sua madre, erano molto ben voluti e così, quando al dottore venne in mente di fare una colletta, quasi tutti accolsero l’idea con entusiasmo. Solo una persona la più facoltosa, non la prese bene: La signora Lienhard. Iniziò anzi a lamentarsi con tutti e a gran voce esclamava: “Non bisogna mettere al mondo figli, se non si possono mantenere”. Nel cuore della donna c’era tanta rabbia, quella di chi il destino ha negato qualcosa. Nonostante tutti i suoi soldi, infatti, non era riuscita ad avere un erede.
Il fedele amico, il cane del ragazzo non lasciava mai il suo capezzale. Era sempre accucciato ai suoi piedi. Ogni tanto alzava il muso, scrutava in giro e poi con occhi tristi, si riaccucciava.
Fortunatamente la somma raccolta bastò e fu chiamato il primario di un grande ospedale.
In paese c’era trepidazione per l’esito della visita. Diverse persone si erano sistemate all’esterno dell’abitazione in attesa e il fumo della pipa del signor Higen si elevava tra le teste. Il vociare fu interrotto da un urlo straziante. La notizia raggelò i presenti più del vento freddo. Il ragazzo aveva i giorni contati.
Il Natale era alle porte, ma quell’anno nessuno si sentiva in vena di festeggiamenti. I preparativi non portavano alcuna gioia, perché i cuori delle persone erano gonfi di dolore. Solo la signora Lienhard, completamente indifferente allo strazio della madre di Jakob, la costringeva a lavorare.
“Dobbiamo preparare un bell’albero, più grande di quello dell’anno scorso” sibilava tra i denti soddisfatta del dolore della donna.
Quella sera, nel delirio della febbre alta, l’unico pensiero del ragazzo, era per sua madre “Non posso farti un regalo quest’anno” sussurrò con un filo di voce “Mi dispiace tanto, mamma”.
La donna con le lacrime agli occhi, lo accarezzò “Stai tranquillo e cerca di guarire”. Le parole la soffocavano, tanto era la disperazione.
Era la vigilia di Natale e il piccolo voleva a tutti i costi donare qualcosa a sua madre. Sapeva che non gli restava molto tempo e così, prese carta e penna e scrisse. Scrisse parecchio, come ispirato dal cielo. La stanchezza però prese il sopravvento, tanto che alla fine il foglio gli cadde dalle mani e volò giù dal letto. Quel gesto d’amore, fu l’ultimo che riuscì a compiere. I suoi occhi si chiusero per sempre, mentre il campanile batteva la mezzanotte. I rintocchi più tristi per il paese.
I singhiozzi della madre fecero accorrere il vicinato, che si raccolse attorno a lei, che stringeva forte a sè il corpo inerte del figlio e pregava disperata, chiedendo al Signore una spiegazione.
“Perché mi hai portato via il mio unico figlio?” urlava disperata tra i singhiozzi.
Il parroco del paese si avvicinò e disse: “Non tutto c’è dato da sapere. Il Signore ha progetti che noi non conosciamo”.
Il cane cominciò ad abbaiare così forte e insistentemente che tutti si voltarono e notarono davanti alle zampe dell’animale, un foglio ripiegato.
Un ragazzino lo prese e iniziò a leggere a voce alta.
Nella stanza tutti ammutolirono. Quelle parole sembravano musica, melodia celestiale che tocca l’anima. Erano così belle, dolci e piene di passione. Non sembravano scritte da un bambino, ma da un angelo.
Una strana, irreale atmosfera circondò l’intero paese. I cuori delle persone, anche i più duri, si sciolsero come neve al sole. In quella lettera c’era racchiuso lo spirito del Natale e dell’amore vero.
La signora Lienhard si fece largo tra la gente e accostatasi accanto alla povera madre, la strinse tra le braccia piangendo. “Perdonami per tutto il male che ti ho fatto e per come ti ho trattata. Da oggi cambierà tutto e sarai la figlia che non ho avuto. Verrai a vivere da me”. L’amore del piccolo era riuscito a cambiare anche l’animo più crudele.
Fu così, che le parole di Jakob divennero una delle più belle e commoventi canzoni del Natale; cantata ancora oggi non solo in quella cittadina, ma in tutto il mondo. Il fanciullo dal cuore puro aveva lasciato qualcosa di grandioso, non solo per la madre ma per tutta l’umanità.
Il suo ricordo vivrà in eterno.
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